Rachel

Rachel *1/2

Il nuovo film del papà di Notting Hill, Roger Michell, è una delusione da ogni punto di vista.

Tratto dal romanzo My cousin Rachel, scritto da Daphne du Murier nel 1951 e già portato sullo schermo una prima volta da Henry Koster con Olivia de Havilland e Richard Burton nei due ruoli principali, Rachel vorrebbe essere un racconto di dissimilazione e suspense, ma si trascina invece stancamente per 106 interminabili minuti, nei quali la noia è l’unica vera emozione in gioco.

Il regista sudafricano, peraltro, dopo il successo del film che consolidò definitivamente la fama di adorabile scapestrato del personaggio Hugh Grant, ha inanellato film mediocri in sequenza, nonostante molti adattamenti autorevoli.

Questa volta si è fidato della scrittrice preferita di Hitchcock, la du Murier, autrice de La taverna della Jamaica, e dei memorabili Rebecca, la prima moglie e Gli uccelli.

Tuttavia il suo adattamento è del tutto inconsistente e la sua direzione d’attori piuttosto deficitaria.

Siamo nel primo Ottocento. Il protagonista del film è l’orfano Philip, cresciuto nella magione del più grande cugino Ambrose in Cornovaglia.

Ambrose non si è sposato e le sue proprietà sono gestite con ruvida baldanza, da una corte solo maschile, che comprende anche il consigliere e padrino Nick Kendall.

Quando la malattia lo porta a vivere per lunghi mesi in Italia, Ambrose si innamora della cugina Rachel.

Una lettera allarmata di Ambrose giunge però a Philip in Inghilterra, proprio prima dell’annuncio della morte del cugino. Accecato dal dolore e dal risentimento verso Rachel, Philip pian piano si innamorerà della donna, trasferitasi in Cornovaglia dopo la morte di Ambrose.

Ma se i sentimenti di Philip verso Rachel sono sempre chiarissimi, sia pure in un’altalena di diffidenza, passione e paura, assai più sfuggenti sono le motivazioni e i pensieri della protagonista.

Il film naturalmente sposa sempre il punto di vista di Philip e ci mostra Rachel di volta in volta, come una scaltra approfittatrice, una possibile assassina, un’amante riluttante, una padrona di casa impeccabile.

Philip, così come Ambrose prima di lui, cade pian piano nell’ossessione, per quella donna così misteriosa.

Paura e desiderio giocano un ruolo determinante in questa continua alternanza tra attrazione e repulsione, tra sospetto e infatuazione.

Tuttavia se il testo della du Murier lasciava volutamente aperto il finale, disseminando il racconto di indizi contrastanti, nel film la costruzione della tensione è debolissima. Non solo per una sceneggiatura che non riesce mai a rendere plausibili i rivolgimenti nel cuore del protagonista, ma anche perchè Sam Clafin, nei panni di Philip è francamente imbarazzante, sempre un passo oltre la giusta misura.

E vanifica altresì l’idea di Michell di affidare al volto angelico di Rachel Weisz un personaggio così ambiguo e incompiuto.

Tutte le svolte del film suonano telefonate e soprattutto, dopo dieci minuti si smette di parteggiare per lo stolto Philip. Perso lo spettatore, il film così si sgonfia come un soufflé venuto male e procede senza mai un sussulto verso un finale che sembra inconcludente, invece che aperto.

Da dimenticare.

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