Morto Stalin se ne fa un altro

Morto Stalin se ne fa un altro ***

Armando Iannucci, padre napoletano e madre scozzese, nato a Glasgow e laureatosi ad Oxford, è una delle menti satiriche più brillanti dell’ultimo decennio.

La sua serie inglese The Thick of It sulla politica anglo-americana in medioriente, è poi diventata il suo film d’esordio, In the Loop nel 2009, presentato al Sundance e a Berlino, ma rimasto inedito in Italia. Nel frattempo ha lavorato anche negli Stati Uniti, dove la sua serie Veep con Julia Louis-Dreyfus va avanti ininterrottamente dal 2012.

Morto Stalin se ne fa un altro è il suo secondo film, presentato a Toronto in anteprima e poi vincitore del premio FIPRESCI a Torino.

Quello che interessa Iannucci sono le dinamiche del potere, il lato tragico ed al contempo surreale del grande gioco della politica.

Allontanandosi dalla sua comfort zone anglo-americana, Iannucci ci riporta al 1953, nell’Unione Sovietica lacerata e piegata dalle purghe staliniane e dalla polizia politica diretta dal ministro dell’interno, Lavrentij Beria.

La sera del 28 febbraio Radio Mosca diffonde in diretta il “Concerto per pianoforte e orchestra n.23” di Mozart.  Stalin ne vorrebbe immediatamente una copia, ma i fonici non avevano previsto la registrazione.

Il responsabile della radio, intimorito dalle conseguenze, ferma l’orchestra e parte del pubblico, perchè risuonino integralmente il concerto, per poterlo registrare.

Tutti accettano, terrorizzati dalle conseguenze, tranne la pianista, Maria Yudina, i cui genitori sono stati deportati e uccisi dal dittatore: richiede così un cachet doppio e inserisce, nel disco diretto a Stalin, un messaggio di accuse e di rivolta.

Nel frattempo il vecchio leader, circondato dal suo comitato ristretto – composto appunto da Beria, dal riformista Krusciov, dall’intellettuale Molotov, dal vanesio Malenkov – vive in una dacia fuori Mosca, protetto da una corte a dir poco ossequiosa. La sera si diverte a compilare liste di dissidenti da deportare, di fronte agli amatissimi film western.

Quando finalmente arriva il disco da Mosca, leggendo il messaggio della pianista, il leader è colpito da un aneurisma. Rimasto semiparalizzato, muore il 2 marzo scatenando un conflitto feroce e sanguinario per la sua successione tra i membri del Comitato Centrale del PCUS: Beria sostiene il fragile vicepresidente Malenkov, cercando di mantenere il suo potere fatto di liste, dossier e repressione poliziesca, Krusciov invece, con l’appoggio degli altri, vorrebbe porre fine al regno del terrore instaurato dal piccolo e depravato ministro dell’interno, aprendo una stagione di riforme.

Alla morte di Stalin, i grandi funerali di stato diventano così il momento più adatto per stringere alleanze e prendere decisioni irrevocabili.

Il film è tratto da due graphic novel francesi di Fabien Nury e Thierry Robin.

Castigat ridendo mores: il film di Iannucci sembra procedere come una scatenata commedia di costume, tra battute surreali, piccoli uomini indaffarati a tramare e brigare, in un clima di terrore e repressione, che sembra lasciare il popolo attonito, se non del tutto indifferente.

Il titolo italiano vorrebbe accentuare sia il lato comico del racconto, rispetto al più rigoroso originale The Death of Stalin, sia il tragico ripetersi delle dinamiche del potere.

Ma in realtà si ride amaro nel film di Iannucci, molto amaro. Se i toni sono infatti leggeri, lo sono sono solo in apparenza: esecuzioni, stupri, torture, omicidi, deportazioni, cariche sulla folla inerme, giustizia amministrata politicamente, il regista non ci risparmia nulla.

E costruisce un cattivo d’antologia, circondato da un politburo di anti-eroi altrettanto famelici.

Ma è Beria il vero villain: con i suoi occhialini rotondi, i suoi modi predatori, il suo moralismo pubblico che si accompagna a una depravazione privata senza confini. Lesto ad anticipare le mosse di tutti, pronto a ricattare chiunque e ad usare il pugno di ferro o il guanto di velluto, a seconda delle convenienze, il suo è un personaggio quanto mai disgustoso, che Simon Russell Beale interpreta con una brama di potere che tracima in ogni momento.

Il film è tragicamente surreale, ma racconta l’avidità contagiosa di un piccolo gruppo di uomini che giocano una partita a scacchi con la vita del proprio paese.

Nonostante i suoi toni scatenati, il peso della storia e dei crimini compiuti donano al film una sua gravitas, che smorza anche le battute più riuscite, come quelle relative all’affannosa e vana ricerca di medici competenti, che potessero salvare Stalin dopo l’ictus: tutti uccisi o deportati, accusati di dissidenza.

Il terrore e la paranoia regnano sovrane non solo nel PCUS, ma anche all’interno della stessa famiglia di Stalin, i cui figli sono marionette da muovere per i propri scopi.

Iannucci sembra volerci dire che le élite del potere, allora, come oggi, in Russia, come negli Stati Uniti o altrove, trovano la loro forza nella paura e nel fanatismo.

Raccontarle con gli strumenti della satira è forse l’unico modo per esorcizzarne la vuota stupidità.

Da vedere.

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