A ciambra

A ciambra ***

Dopo il successo d’essai del suo primo film, Mediterranea, capace di raccontare l’odissea di due fratelli del Burkina Faso, Ayiva e Abas, in viaggio verso il miraggio europeo, tra Lampedusa e Rosarno, Jonas Carpignano ritorna in Calabria per raccontare la storia di Pio Amato, uno dei protagonisti del suo film d’esordio, un ragazzino della comunità rom di Gioia Tauro, chiamata appunto A ciambra.

Pio e gli altri adolescenti si danno arie da adulti: fumano sigarette, bevono vino e birra, guidano macchine e motorini senza casco e patente, imparano dai fratelli maggiori a rubare auto e ad intrufolarsi nelle case degli ‘italiani’.

La loro è una comunità grande, ma chiusa. Chiusa nella propria famiglia, nucleo autosufficiente e matriarcale, e chiusa verso l’esterno da una rigida scala sociale, nella quale gli ‘italiani’ della ‘ndrangheta sono in vetta e gli ‘africani’ in coda.

Quando il fratello e il padre di Pio vengono arrestati, il ragazzino vuole dimostrare di sapersi guadagnare il rispetto e la considerazione all’interno della comunità familiare.

Il film di Carpignano riprende i due personaggi chiave di Mediterranea, ribaltandone il punto di vista e pedinando con una camera a spalla mobilissima e spesso schiacciata sui volti, i movimenti del protagonista nella sua instancabile ricerca di fare.

Sono passati due anni dal film precedente ed il dodicenne Pio, allora affarista spensierato e scaltro, si è fatto adolescente ambizioso, di poche parole.

Il suo è un fare, necessario a dimostrare di esistere. Pio parla poco, non sa leggere, ma vuole raccogliere presto l’eredità familiare. Eppure le cose non vanno come sperato e il suo unico amico sembra essere proprio Ayiva, che lo spinge a conoscere le ragazze, gli fa da ricettatore di computer e cellulari, lo accoglie in casa sua quando la famiglia lo mette alla porta.

Ma il senso di appartenenza, nella rigida scala sociale degli ultimi, è più forte persino dei sentimenti: per diventare ‘grandi’, per essere ammessi al consesso degli ‘adulti’, Pio dovrà tradire proprio Ayiva, in una guerra tra poveri che non esclude ferocia e opportunismo.

Non c’è e non ci può essere solidarietà, ciascuno vive in mondi separati: persino in carcere – come racconta il fratello a Pio – quelle gerarchie vengono rispettate.

Il racconto di formazione di Carpignano è piuttosto tradizionale, dal punto di vista narrativo, ma è coraggioso nella scelta di utilizzare, così come in Mediterranea i veri protagonisti della sua storia, chiamati ad interpretare se stessi e un copione, in una sorta di raddoppiamento drammatico.

Il regista newyorkese, nato da padre italiano e madre afroamericana, non intende tuttavia in alcun modo lisciare il pelo del conformismo buonista, dei paladini un po’ ipocriti della solidarietà tra oppressi, non vuole fare cinema militante, mostrando la realtà di Rosarno e di Gioia Tauro, per quella che è davvero, senza idealizzazioni.

I mondi restano impermeabili: gli italiani usano il pugno di ferro verso i rom, Pio non vuole neppure entrare a casa di Ayiva, finchè non è esiliato dalla sua famiglia. Il suo interesse per gli africani è puramente utilitaristico: è un mercato che può sfruttare per i suoi piccoli traffici. Persino quelle lacrime, che scendono sul suo volto, nel momento del tradimento, sono vere o fanno parte della messa in scena?

Il più forte si impone sul più debole, pure in un mondo di sfruttati e umiliati: è sempre la massima hobbesiana a segnare i rapporti umani, ancor di più in una realtà degradata e periferica come quella messa in scena da Carpignano.

Ed è per questo forse che il suo film è stato accolto con una certa diffidenza e indifferenza nel nostro paese, perchè non cerca strade facili, non sposa punti di vista di comodo, semplificatori, non cerca neppure lo sguardo etnografico, paternalista. Carpignano si è immerso invece nella realtà che racconta fino in fondo, trasferendosi da New York a Gioia Tauro, per comprendere e rivelare il mondo che descrive. E lo ha fatto scegliendo un tema difficile, che divide, non conciliante.

Non c’è facile sdegno civile nel suo cinema. Non ci sono parabole consolatorie o edificanti, solo amarezza, incertezza, scelte che non appagano.

Forse è per questo, che Mediterranea era stato completamente ignorato, non trovando neppure distribuzione in sala, nel nostro paese. A Ciambra ha avuto una sorte poco diversa.

Bellissima la fotografia notturna dell’esordiente Tim Curtin, essenziale e creativo il montaggio del brasiliano Affonso Gonçalves (Carol, True Detective). La regia di Carpignano non si appiattisce sulle strategie di pedinamento tipiche dei Dardenne – o, se volete, di Zavattini – ma cerca qualche apertura poetica, giocando con la profondità di campo, spesso negata, con la messa a fuoco dei personaggi, pur con qualche caduta di tono, soprattutto nella parte centrale.

Recuperatelo se riuscite, nelle rassegne e in home video. Scoprirete un cinema e un paese marginali, ma non così lontani come potrebbero sembrare.

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