Stranger. Una foresta segreta in cui si perde la propria identità

Una scrittura forte che delinea con cura i caratteri dei protagonisti ed è capace di tenere incollato lo spettatore per tutte e 16 le puntate della serie. E’ questa la principale qualità di Stranger (Secret Forest), legal drama realizzato in Corea del Sud. Lo sceneggiatore Lee Soo Youn è riuscito a inserire una gamma ben assortita di caratteri all’interno di una trama stratificata e disseminata di molteplici colpi di scena. Lo show è accattivante, ben bilanciato tra noir, giallo e rosa, con un taglio narrativo classico e una musica orecchiabile che ti accompagna nei passaggi principali ed accentua i momenti drammatici: ci sono insomma tutti gli ingredienti per ottenere quel successo di pubblico che in effetti ha registrato in patria e all’estero, vincendo anche il Seoul Awards come miglior Drama. E’ un prodotto pensato non solo per il mercato asiatico e l’approdo su Netflix ne è la testimonianza: va in questa direzione anche la scelta del cast con l’impiego di Bae Doo-Na, attrice nota anche in occidente.

Le vicende si dipanano come una complicata ragnatela a partire da un omicidio il cui principale sospettato si toglie la vita dopo aver protestato la propria innocenza. Sul caso indagano il procuratore Hwang Shi-Mok (Jo Seung-woo) e il tenente Han Yeo-Jin (Bae Doo-Na), entrambi idealisti e testardi. Hwang Shi-Mok ha subito un intervento di chirurgia cerebrale quando era un bambino, il che gli rende molto difficile percepire emozioni: è  un procuratore razionale, freddo e solitario, ed è soprattutto uno dei pochi non coinvolti nella corruzione diffusa in tutta la società coreana. E’ proprio questo aspetto a rivestire un ruolo determinante: nel film la corruzione è sistematica e non dipende dall’azione di un singolo, ma da una rete che piuttosto imprigiona e costringe i singoli ad adattarvisi. In questo sistema tutti sono vittime e carnefici: nessuno è padrone del proprio destino, nemmeno i personaggi con più potere. C’è sempre qualcuno che conosce i tuoi scheletri nell’armadio e potrebbe rivelarli se non riceve quanto ti ha chiesto: tutti sembrano accettare questa legge senza difficoltà. Tutti tranne Shi-mok e il tenente Han, naturalmente.

Lo show si inserisce pienamente in una delle tematiche più frequentate dal cinema e dalla letteratura asiatica, in particolare coreana, negli ultimi anni e cioè la questione dell’identità. Durante lo sviluppo delle vicende nessun personaggio, nemmeno i protagonisti, sono immuni dal sospetto. Il dubbio e l’incertezza, Il bene e il male si alternano nel giudizio che lo spettatore dà di ciascun personaggio: di nessuno si è mai sicuri fino in fondo e su tutti aleggia il sospetto che non siano veramente quello che sembrano. Le sfumature di un sentimento o i tratti di un carattere non sono mai univoci e questo conferisce ad ogni personaggio, oltre che ambiguità, anche grande umanità. Emerge così in modo chiaro la sottile linea che separa il bene dal male e come sia facile oltrepassarla per chi è particolarmente esposto, come la polizia e i procuratori. Lo stesso tenente Han, nel finale della serie, all’affermazione del giovane collega “Vorrei che tutti avessero delle etichette con scritto buono e cattivo” non esita a rispondere:  “Nemmeno noi (la polizia e la procura) rientreremmo esattamente in una delle due categorie”.

Nella serie mancano famiglie felici. Mancano genitori presenti. Mancano riferimenti saldi. Anche questo dice molto dell’identità del Paese. Muove molto di più l’opinione pubblica di quanto non facciano gli imperativi morali o il rispetto delle tradizioni. Anche dove le figure di riferimento ci sono, esse falliscono il proprio compito: l’ex ministro e professore Young II-Jae ne è l’esempio più eclatante, sia come insegnante che come padre. In tutta la serie le relazioni familiari, il rispetto degli antenati e i legami di parentela, che tanto peso hanno nella cultura asiatica, sono assenti o subordinati ad altro e cioè potere e ricchezza.

La questione dell’identità è quindi centrale nella serie, proprio come nei romanzi di Yi Ch’ongjun (vedi Interno Coreano con delitto, pubblicato in Italia da ObarraO edizioni) o in quelli di Kei Chan Ho (Duplice delitto a Hong Kong, Metropoli d’Asia), ma non mancano riferimenti illustri anche a livello cinematografico, su tutti Infernal Affairs. La sensazione è che come sempre il cinema riesca ad esprimere, anche in modo inconscio e quindi indiretto, qualcosa di profondamente radicato nella società: in questo caso l’epocale trasformazione della società orientale e la perdita di gran parte della propria identità a favore di modelli culturali e sociali tipici della cultura occidentale. Estrapolando alcune abitudini, come ad esempio l’inchino di saluto, le manifestazioni di scuse pubbliche o la cerimonia funebre, il film potrebbe essere ambientato in una qualunque metropoli americana.

La serie è adatta a quanti amano prodotti di genere realizzati con mezzi e qualità. Con l’avvertenza che è disponibile solo in lingua originale sottotitolata. La lunghezza delle puntate, in media superiori all’ora ciascuna e l’elevato numero di episodi (16, come già detto) non creano particolari problemi perché scorrono con grande facilità, in una dimensione di intrattenimento piacevole e mai banale e con un climax finale di assoluto valore spettacolare.

Ad oggi non è ancora sicuro se ci sarà una seconda stagione, ma il successo della prima lascia intendere che tvN, Total Variety Network, il produttore asiatico, sia orientata in questa direzione.

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