Narcos vs. Suburra: riflessioni su un’occasione mancata

Suburra, prequel dell’omonimo film del 2015, è la prima serie TV italiana prodotta da Netflix, distribuita il 6 ottobre 2017 per un totale di dieci episodi. Su queste pagine se ne è già parlato in occasione della presentazione delle prime due puntate alla Mostra del cinema di Venezia, pertanto non mi dedicherò troppo alla trama ed eviterò considerazioni riguardanti il rapporto tra questo prodotto seriale e la pellicola diretta da Stefano Sollima.

Ciò premesso, la visione di Suburra è un’occasione troppo ghiotta per non condurre una piccola analisi comparata tra la creatura della coppia Daniele Cesarano – Barbara Petronio e uno dei grandi capolavori Netflix degli ultimi anni, ovvero Narcos. Suburra contro Narcos? Non proprio. Piuttosto, una riflessione sui differenti stili narrativi, le intenzioni, i risultati e, in definitiva, sui limiti evidenti della serie italiana, almeno per chi scrive, rispetto al gioiello ideato da Chris Brancato, Carlo Bernard e Doug Miro. Narcos è giunto senza troppi scossoni alla terza stagione, nonostante l’uscita di scena di Pablo Escobar, interpretato da un monumentale Wagner Moura.

Se provo a condurre un lavoro critico di questo tipo, è perché Suburra e Narcos hanno in comune alcuni elementi narrativi. In primo luogo, insistono su un tema analogo: la criminalità, intesa come presenza quasi ontologica, componente capillare e pervasiva del tessuto sociale di una città (Roma) o di una nazione (Colombia). Entrambi sono affreschi di delicati momenti storico-politici, ferite ancora aperte, come nel caso di Mafia Capitale, o svolte epocali già concluse, se pensiamo alla guerra al narcotraffico condotta dalla DEA americana nella nazione dei cartelli, tra gli anni Ottanta e Novanta. E poi, al centro c’è sempre una doppia ossessione, quella per i soldi, tantissimi, e quindi per il potere, da conquistare a tutti i costi e da difendere contro i nemici, esterni ma anche interni. Cambia solo l’oggetto più immediato di contesa: i terreni di Ostia funzionali a progetti speculativi, per le bande criminali di Roma, la produzione e lo smercio della cocaina, per i clan sudamericani. Un altro punto di convergenza, non secondario, è l’uso consapevole della lingua: da una parte il romanesco sporco e sgraziato che imperversa in Suburra, dall’altra lo spagnolo mai doppiato dei dialoghi di Narcos, con un effetto finale, in entrambi i casi, decisamente realistico e pulp.

Secondo un vecchio detto, “il diavolo si nasconde nei dettagli”. Voglio confessare una mia passione per un particolare che si nasconde nella recitazione sublime di Moura: mi riferisco alla dizione marcata, al modo di pronunciare le parole dilatando alcune vocali, allo schiocco secco sull’ultima sillaba della frase per comandare la perentorietà di una prescrizione, all’impostazione mai caricaturale della bocca a imitazione di quella di Escobar. “Plata o plomo” è una frase che marchia a fuoco la memoria dello spettatore. Ecco, il concetto di imitazione, mimesis, è la chiave di accesso al cuore di Narcos, e contemporaneamente un punto di distacco tra le due serie. Imitazione declinata come approccio cronachistico e ricalco fedele dei meccanismi sociali di una certa realtà, in Suburra, adesione agli avvenimenti storici senza alcuna pretesa di voler sembrare più reali del reale, in Narcos. Quando vediamo all’opera Moura/Escobar o Pascal/Agente Peña, non vi scorgiamo alcuna mano tesa allo spettatore, nessuna strizzatina d’occhio, ma avvertiamo il gusto della fiction di qualità, libera e disinteressata. Apprezziamo la bravura professionale ed artistica di attori perfettamente nella parte, spesso straordinari, godiamo della scrittura articolata e intelligente, entriamo senza difficoltà nelle dinamiche complesse di un plot avvincente. Al contrario di Suburra, fatichiamo a rintracciare momenti di “contenutismo” eccedenti la forma.

Suburra inizia con una scena orgiastica che coinvolge un monsignore, implicato nei loschi affari di una commissione vaticana. Un premio che presto diventa un ricatto. Già da questa sequenza si intravede un limite del racconto, a dire il vero piuttosto frequente nelle opere di Michele Placido (regista della serie con Andrea Molaioli e Giuseppe Capotondi): il parossismo di violenza, gratuito, pesato sulla quantità, a coprire un deficit di introspezione o anche di semplice resa stilistica del soggetto narrato. Alzare i toni e accumulare oscenità non è esattamente il modo migliore di rappresentare l’immoralità. La verità può essere pestata nel suo mortaio con eleganza e differente incisività. Pensiamo solo alla scena in cui il boss gay “Pacho” Herrera, nella terza stagione di Narcos, balla davanti a tutti, sulla melodia di “Dos Gardenias”, corpo a corpo con il suo toy boy. È il preludio ad una delle numerose scene di cruda efferatezza della serie, l’ennesima vendetta contro un alleato colpevole di scarsa fedeltà. Eppure, quanta leggerezza prima di arrivare all’esito terrificante, quanti strati di senso nella rappresentazione dell’evento. Se volessimo trovare un sottotitolo alla scena, potrebbe essere: “esigo la vostra obbedienza, e la esigo per quello che sono”. Pacho non è un “macho” come l’iconografia classica della mafia esige, è solo un uomo, deriso da ragazzino, odiato dal padre, che ora per affermarsi non esita a massacrare, dopo essersi esposto volontariamente agli sguardi altrui. Debolezza esibita e poi rivoltata all’insù, come scimitarra subdola e feroce. Semplicemente geniale. Spadino, invece, il piccolo criminale zingaro di Suburra innamorato di Aureliano, preferisce nascondere la sua indole “da frocio”, e sposarsi. Un caso?

No, non è un caso. L’immobilismo esistenziale è il tratto distintivo di Suburra. Purtroppo manca il tocco alla Narcos (o, se guardiamo al cinema, di un Takeshi Kitano) che nobiliti questa fanghiglia popolata da uomini condannati a fagocitare il prossimo e se stessi. È facile cadere nella noia. Non che manchino buoni dialoghi o battute significative. Nel secondo episodio il Samurai (Francesco Acquaroli), evidente trasposizione filmica della figura di Carminati, dice al frustrato presidente della commissione urbanistica Amedeo Ciniglia (Filippo Nigro): “‘Sto posto non cambia da duemila anni. Patrizi e plebei, politici e criminali, mignotte e preti… Roma!” Due puntate dopo, il padre di Aureliano, proprietario di un ristorante e detentore di una fetta di terreni, chiede allo stesso Samurai: “Pensa se provavano a fare fuori un fijo tuo”. La risposta: “Per questo non ne ho fatti”. O ancora Livia, sorella di Aureliano, prima di sacrificare Quirino: “Se nasce soli e se more soli, ‘o dovesti sapè”. Suburra è un tutto contro tutti, zingari contro preti, sottoproletari contro contesse, un’arena da fight club capitolino all’aperto, una notte nera dove tutte i Cecati e le Chaouqui sono nere, senza quel benefico chiaroscuro caravaggesco e quella sana ambiguità che avrebbe dato risalto barocco alla trama.

Pensiamo, invece, a Narcos 3. Qui, oltre a una violenza codificata in rito, è la bellezza sinistra dei non-detti, dei sospetti e dei compromessi a farsi tessuto delle vicende narrate. Quattro boss di Calì hanno ereditato l’impero della droga. Escobar è morto e con lui anche il cartello di Medellin. Due fratelli, Gilberto e Miguel Rodriguez Orejuela (Damián Alcázar e Francisco Denis, bravissimi), si dividono sulla strategia da adottare nei confronti del governo: arrendersi, salvare il patrimonio legalmente accumulato e negoziare un futuro da liberi e lindi “imprenditori”, oppure perseverare nel narcotraffico, come l’istinto vorrebbe? In tutti i fatti luttuosi che seguono si respira la profondità della tragedia shakespeariana. Narcos è nel solco di un pensiero classico formulato sull’uomo, di ascendenza hobbesiana. Si potrebbe obiettare: e Suburra no?

Il problema strutturale di Suburra è l’assenza non solo del potere dello Stato come contraltare narrativo dell’intero plot, ma anche di personaggi autenticamente eroici, tormentati, dilaniati, dentro e fuori il ventre simbolico della Balena. In Narcos 3 annoveriamo l’agente Javier Peña, mosso dal desiderio di andare fino in fondo nel suo lavoro di buon poliziotto antidroga, dipanatore di intricate matasse, un personaggio eastwoodiano, antisistema, che non esita a pestare i piedi alla CIA e ai due governi, americano e colombiano, pur di raggiungere un obiettivo di giustizia. E poi, come non citare Jorge Salcedo, magnificamente interpretato da Matias Varela? Capo della sicurezza del cartello, alle dirette dipendenze di Miguel, ma detestato dall’odiosissimo rampollo David, contatta segretamente i due agenti americani sul campo per comunicare informazioni utili alla cattura dei boss, tentando al contempo di mettere al sicuro la propria famiglia dalla violenza vendicatrice dei sicari, automatica come un riflesso pavloviano. Due eroi per caso, non esenti da ombre, eppure fondamentali nell’economia di tutta la storia.

In sintesi, Narcos sta alla complessità come Suburra sta alla complicatezza. Certo, Roma “ti compra, ti vende, ti innalza, ti stende”, come canta Er Piotta nella sigla, e nell’ultima puntata un ringalluzzito Cinaglia sfodera una perla di saggezza diretta a Samurai: “Questa città non si governa. Tu non sei il Re di Roma, sei solo l’amministratore”. Tutto però sa di già visto, e l’inverno del nostro scontento si tocca con le scene del matrimonio Rom, ultra-kitsch, ricamate sull’esibizionismo del clan Casamonica. È un peccato, perché il parterre di attori nel complesso non sfigura, compresa Claudia Gerini, apprezzabile insider nei torbidi sotterranei del Vaticano. La triade di giovani delinquenti composta da Aureliano, Spadino e Lele, quest’ultimo figlio di un poliziotto e trascinato nel vortice del crimine per sue debolezze, è una buona intuizione, che però si incarta come una canzone in loop. Pensiamo all’espediente narrativo di Narcos 3, la voce fuori campo di Pedro Pascal, utile raccordo di fatti ed eventi e chiarimento in prima persona di ragioni e intenzioni: quanta vividezza aggiunge al racconto. In Suburra invece l’anticipazione del finale, comune a tutti gli episodi, mossa finalizzata ad aumentare il senso di fatalismo che pervade la serie, è un trucco che mostra la corda. La suspense nella fiction statunitense è garantita da un clima di costante incertezza dove nessuno è al sicuro. La scaltrezza investigativa gioca sempre le sue carte contro la forza egemonica e orwelliana dei clan, capaci di controllare a tappeto una città meglio del KGB.

Dobbiamo rassegnarci alla poca fantasia dei prodotti italiani o forse il dramma sta nella miseria della nostre vicende socio-politiche, non all’altezza della vera tragedia? Sicuramente non difettano i talenti in grado di ritagliare sullo schermo un’epica criminale simile a quella di Narcos, vedi la confinante serie tratta da Gomorra. L’agente Peña dalla Colombia si sposterà in Messico per un’altra missione. Personalmente, attenderò con fiducia Narcos 4, e anche altri progetti nostrani. Sono convinto che, nonostante le occasioni mancate, il ‘materiale’ su cui lavorare, nel Belpaese, sarà sempre abbondante.

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