Going Home: Cars 3, America oggi

Cars 3 ***

Cars è un discorso americano e se non lo è, perde mordente: in questo risiede la crisi di identità del secondo episodio, più che nella trama o nella scelta di far assurgere al ruolo di protagonista Cricchetto.

Il tono british da spy story non ha funzionato perché faceva perdere alla vicenda il suo legame significativo con il Paese: il primo Cars era legato con un cordone ombelicale all’anima americana. Ci siamo cresciuti anche noi, l’abbiamo respirata e la sappiamo decifrare senza difficoltà, specie quando è tratteggiata in modo così – volutamente – semplice ed immediato. Cars 3 ricostruisce quel cordone ombelicale e fa rivivere questo rapporto, proiettandolo in una fase storica di ripiegamento e di incertezza.

La scena madre del film, che lo spezza e lo svolta è rappresentata da un demolition derby in cui un Saetta in crisi sportivo-esistenziale e la sua personal trainer Cruz Ramirez, si trovano proiettati, senza consapevolezza di quello che li aspetta. Nell’analisi di questa scena possiamo certamente prediligere un discorso estetico (ottima la resa del fango e la scelta delle tonalità scure, su cui spiccano le carrozzeria cromate delle auto) e uno drammaturgico (la resa adrenalinica della gara con tutti i suoi pericoli è efficace e ravviva un lungo periodo intimista), ma il discorso che emerge è soprattutto sociale.

In questo momento Saetta e Cruz sono soli, in una condizione non voluta e senza via di scampo. Hanno sbagliato strada (Cruz) o le loro strade sono arrivate ad un punto morto (Saetta) e non sanno come uscirne: devono limitare i danni. Difficile non vedere proiettata in questa situazione il pensiero di molti, non solo liberal, sulla stato odierno degli Stati Uniti.

Il fango è la metafora perfetta della situazione in cui si trova il Paese e tutto sommato, la metafora potrebbe essere estesa al Mondo senza grande sforzo alle relazioni internazionali. Il ripiegamento, l’incertezza, la mancanza di qualcosa che attanagliano i due protagonisti di Cars sono le stesse che in questo momento attanagliano molti americani (e non solo). Come se ne esce? Saetta cosa fa? Una volta superato per istinto di sopravvivenza il fango del derby, Saetta sceglie di riprendere la strada dell’America profonda e attraversa con l’immancabile Mac e con Cruz (dopo averla convinta) tutti i cieli americani. Saetta torna alle origini, nel cuore del Paese, da dove è partito Doc Hudson, il suo maestro.

Ritrova la strada, lo sterrato, la ‘terra sacra’ delle prime corse e dei primi allenamenti di Doc. E se il vecchio Hudson è stato il maestro di Saetta, anche lui ne ha avuto uno: Smokey. “E’ ancora vivo?” chiede un’allibita Cruz, che quasi nemmeno ci sperava. Sì, è ancora vivo e in un bar-saloon di quelli in cui si trova tutto il paese (come un qualsiasi Roadhouse) ritrova anche la convivialità, il contatto umano, le storie con altri campioni del passato Louise Nash, River Scott, and Junior Moon.

E il cerchio si chiude …

No, il cerchio non si chiude perché nonostante tutto questo e la ripresa degli allenamenti e la capacità di ritrovare al meglio tute le proprie qualità, Saetta è più lui. L’eroe americano è alle prese con la perdita di efficacia dei propri poteri: energia, onestà, franca emotività non bastano più.

Eppure Saetta inizia la gara che deciderà il suo destino, ci prova. In qualche modo deve provarci. Se vincerà potrà decidere quando ritirarsi, se perderà dovrà accettare la richiesta del suo nuovo sponsor e andare in pensione, diventando un brand globale da mettere sui detersivi e sui tappetini per auto.

Ci sono gli amici, ci sono i tifosi, c’è l’urgenza di dimostrare che l’accettazione dei propri limiti porta a superare le difficoltà. Insomma, come dice Smokey non puoi essere più veloce degli esordienti, ma puoi essere più saggio, più furbo, più esperto. L’inizio è promettente, ma lo spettatore capisce che Saetta non ce la farà. Finché non sopraggiunge un clic, finché qualcosa non scatta nella testa dell’eroe e lo porta a capire che c’è una sola soluzione.

E’ questo il secondo scossone per lo spettatore, il principale colpo di scena di un film volutamente prevedibile a livello di eventi narrativi. Il primo era stato quando Saetta aveva capito che Doc non era rimasto per sempre una macchina infelice prigioniera del proprio passato (ancora una volta è un garage/casa la sede del disvelamento, proprio come nel primo Cars), ma che aveva trovato proprio in Saetta una ragione per essere felice, nel loro rapporto, prima che nelle vittorie della giovane auto da corsa.

L’idea di Doc come brontolone sconfitto dalla sorte aveva pervaso gran parte del primo Cars per attenuarsi solo nella generosità finale verso Saetta; ora una nuova prospettiva ce lo mostra sotto una luce affatto diversa. Questo lo si può fare solo quando il legame tra gli autori e i personaggi è forte, profondo, radicato come nel caso del regista Brian Fee, storyboarder dei primi due episodi.

Il secondo colpo che spiazza lo spettatore e riscrive un finale già scritto è tutto nella mente di Saetta: cambia perfino la prospettiva del film, che assume ora il tratto di un bildungsroman per un personaggio che doveva essere spalla, ma che si ritrova protagonista: Cruz Ramirez.

Alla fine Saetta una via d’uscita l’ha trovata, l’America di oggi ancora no.

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