Venezia 2017. Hannah

Hannah **

Hannah è il ritratto intimo di una donna che perde la sua identità e non riesce ad accettare la realtà che la circonda. Rimasta sola, alle prese con le conseguenze dell’arresto del marito, Hannah inizia a sgretolarsi. Attraverso l’esplorazione della sua identità frantumata e della perdita di autocontrollo, il film indaga l’alienazione della modernità, la difficoltà di avere relazioni, il confine tra identità individuale, rapporti umani e pressioni sociali.

I nostri giovani registi italiani, che cercano di riproporre un cinema d’autore e di ricerca, dovrebbe andare tutti a lezione da David Bordwell, per almeno un semestre, ad imparare i fondamenti della narrazione cinematografica, la struttura in tre atti e il viaggio dell’eroe, i plot point, il climax…

E ad imparare soprattutto che un’idea buona per un cortometraggio non può trasformarsi in un film di novanta minuti in modo efficace. Detta meglio, non è possibile girare un film dopo averne scritto solo il primo atto.

Questa sorta di autismo narrativo si ripropone troppe volte e non è solo colpa di sceneggiatori poco educati o improvvisati, ma anche di metteur en scène esageratamente fiduciosi del proprio talento.

Hannah, secondo film di Pallaoro dopo l’esordio di Medeas, ha certamente delle buone qualità nella messa in scena e nella direzione degli attori, pedinando Charlotte Rampling in una Bruxelles cupa e di soli interni, con un rigore che si sposa bene ai suoi silenzi.

La protagonista è un donna ormai anziana, che lavora come cameriera presso una famiglia benestante. Improvvisamente accompagna il marito in un penitenziario dove quest’ultimo viene trattenuto. Il perché non lo sapremo mai. Ad un certo punto scopriamo che il figlio Michel ha avuto un ruolo determinante.

La vita ordinaria di Hannah, che trascorreva tra lezioni di teatro e piscina, viene bruscamente turbata. Una macchia di umidità compare sul soffitto e prelude ad una scoperta scioccante. Scioccante solo per lei, perché noi non ne sapremo di più.

L’abbonamento in piscina le viene annullato, il figlio non la vuole al compleanno del nipote, una donna sconosciuta bussa a casa sua per parlare ‘da madre a madre’ e telefonate anonime la raggiungono improvvisamente.

Hannah cerca di mantenere le sue abitudini, va a trovare regolarmente il marito in carcere, ma è un muro che sta per crollare, mattone dopo mattone.

Il film è tutto qui. E’ tutto incentrato sulle reazioni impercettibili di una donna sola, rispetto ad un evento che non conosceremo mai. Non ne capiremo i motivi, i confini, le complicità.

A Pallaoro non interessa. A Pallaoro interessa stare addosso a quell’icona di Charlotte Rampling, ai suoi occhi stretti, al suo sguardo glaciale e atterrito, ai suoi gesti minimi, alla sua eleganza naturale.

Non è certo un male. Pallaoro peraltro, aiutato dal direttore della fotografia Chayse Irvin, lo fa con un’economia di mezzi invidiabile. Ma non bastano il rigore della messa in scena e un’attrice sublime, a fare di Hannah un film di un qualche interesse.

Restiamo ammirati dalla dedizione della Rampling, ma non entriamo mai davvero in sintonia con il suo personaggio e dopo novanta minuti di silenzi, viaggi in metro e sospiri, onestamente, accogliamo il finale aperto, con un certo sollievo.

Incompiuto.

Italia, Belgio, Francia / 95’
lingua Francese
cast Charlotte Rampling, André Wilms
sceneggiatura Andrea Pallaoro, Orlando Tirado
fotografia Chayse Irvin
montaggio Paola Freddi
scenografia Marianna Sciveres
costumi Jackye Fauconnier
musica Michelino Bisceglia
suono Guilhem Donzel

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