Venezia 2017. Human Flow

Human Flow **

Il viaggio dell’artista e dissidente cinese Ai Weiwei attraverso le frontiere degli uomini offre un affresco di volta in volta desolato, straziante, ironico, allarmato di quella che è ormai diventato il più grande flusso migratorio dopo la Seconda Guerra Mondiale: la crescita della popolazione dovuta anche alle migliorate condizioni economiche e di vita si accompagna agli effetti devastanti del cambiamento climatico e ad una situazione politica sempre più problematica, che gli interventi europei ed americani degli ultimi quindici anni hanno solo aggravato. Più di 65 milioni di persone nel mondo sono state obbligate ad abbandonare le loro case, le loro famiglie e il loro lavoro, per fuggire.

Il lavoro di Weiwei è personale e politico al tempo stesso. Punteggiato da aforismi e poesie, accompagnato dalle parole di alcuni funzionari dell’ONU e dei responsabili locali, impegnati sul campo, a gestire l’emergenza umanitaria, è stato girato in ventitrè Paesi nel corso di un lungo anno, denso di dolore e di speranza.

Human Flow comincia e finisce nelle acque del mediterraneo, ma segue le carovane di coloro che fuggono in Grecia come in Giordania, negli Stati Uniti, come in Bangladesh, in Israele e in Turchia, nella giungla di Calais, come negli asettici hangar tedeschi.

La nostra civiltà, che ha codificato i diritti dei rifugiati, pensando ai dissidenti in fuga dalla cortina di ferro, ha finito per abbattere quel muro, solo per ricostruirne molti altri.

Armato di telefonino e steadycam, Weiwei si fa carico di una via crucis soffocante, che non lascia spazio alle illusioni: i bambini che si salvano sono spesso costretti a passare le giornate senza far nulla: non vanno a scuola per anni. Nei campi improvvisati, spesso manca ogni dignità e diritto. La resistenza non lascia spazio alla nostalgia. Ogni rifugiato trascorre in media 26 anni prima di poter tornare nella propria terra: nel frattempo il terreno diventa fertile per la radicalizzazione e lo sfruttamento.

Weiwei vorrebbe farsi carico di raccontare le storie grandi e quelle intime, personali, ma troppo spesso la sua messa in scena è poco sorvegliata, le sue entrate in campo appaiono agli occhi di un documentarista, assai poco rigorose, la figura retorica del plongè dall’alto, sembra voler perpetuare l’immagine dei migranti come un’insieme indistinto di vittime senza identità. La sua silouette imponente talvolta serve da contraltare, per svelare la troupe al lavoro, gli incidenti di percorso, l’imprevisto che irrompe nella narrazione. Manca al film di Weiwei un’idea di cinema che possa sostenere il suo discorso politico, che lo trasformi in immagini coerenti e non conteaddittorie.

Nei 140 minuti di Human Flow c’è qualcosa che avrebbe potuto rimanere fuori scena e paradossalmente manca moltissimo. Manca la pazienza della scoperta, dell’ascolto dell’altro, non solo come portatore di sofferenze. Alle immagini verticali girate con i droni si contrappone un’orizzontalità insistita, con la steadycam sempre in movimento ad inseguire una verità che il film riesce davvero a restituire in tutta la sua forza.

Ma l’artista cinese ci prova, con una dedizione encomiabile, che talvolta fa dimenticare i difetti, le cadute di tono, i limiti cinematografici di un’opera in ogni caso personale e sentita, che appare come una testimonianza sincera, ma un po’scontata di un ‘popolo in cammino’.

Germania / 140’

lingua: Inglese, Arabo, Farsi, Francese, Tedesco, Greco, Ungherese, Curdo, Rohingya, Spagnolo, Turco
fotografia Ai Weiwei, Murat Bay, Christopher Doyle, Huang Wenhai, Konstantinos Koukoulis, Renaat Lambeets, Li Dongxu, Lv Hengzhong, Ma Yan, Johannes Waltermann, Xie Zhenwei, Zhang Zanbo
montaggio Niels Pagh Andersen
musica Karsten Fundal

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