Cinema con vista: Atomica Bionda

Atomica Bionda ***

 

Per il cinema del dopoguerra, l’atomica non fu una bomba ma una diva. La sua foto venne incollata sul tragico ordigno che distrusse Hiroshima. Gilda aveva consacrato Rita Hayworth come la star al vertice del pianeta e per tutti, lei divenne “l’atomica”. I suoi capelli fluenti erano rossi, ma gli spettatori di allora li vedevano in bianco e nero, le bionde a colori erano di là da venire, Marilyn in testa. Ed eccola l’atomica bionda in questo titolo vecchia maniera: è la sudafricana Charlize Theron (Lorraine Broughton nel film), bellissima, elegante e letale come una tigre sopravvissuta a mille battaglie. Esibisce un corpo perfetto, martoriato da chi cerca quotidianamente di eliminarla. Ma ogni cicatrice la rende più attraente e le conferisce la maturità di una spia che non ha nulla da invidiare ai suoi colleghi più blasonati.

Il muscolare 007 di Daniel Craig potrebbe addirittura risultare più impulsivo della calcolatrice Lorraine che si aggira per Berlino. Lei non guida un’Aston Martin e non beve “martini agitati e non mescolati”, ma lavora per l’MI6 e il suo capo si chiama C invece che Q. Le assonanze tra i due non mancano e il regista David Leitch cita anche lo Skyfall di Sam Mendes, quando la nostra eroina, nell’impeto di un corpo a corpo, viene oscurata dalla luminosità di uno schermo cinematografico. Rimangono sullo sfondo l’umanesimo di Le Carrè, le paure che facevano tremare l’Alec Leamas di La spia che venne dal freddo, che non era una macchina da guerra, ma uno scaltro cittadino britannico.

Lo scenario di Atomica bionda è quello di una Berlino che sta per esplodere. Siamo nel novembre del 1989 e il Muro non reggerà ancora a lungo. All’ombra del Checkpoint Charlie lo spionaggio di tutto il mondo si riunisce per scoprire i doppiogiochisti e recuperare la fantomatica lista, un elenco che ha il profumo del classico MacGuffin costruito ad hoc per giustificare il pandemonio delle due ore successive. Berlino è una città fredda, inospitale, dove Lorraine rischia la vita fin dal primo secondo.

David Leitch si ispira alla graphic novel The coldest city di Antony Johnston e Sam Hart, per raccontare una storia underground, costellata di luci al neon e scritte sui muri. I colori sono spenti e le teste rasate si alternano alle creste punk di una gioventù che vuole ribellarsi. Sulla facciata di un cinema di Alexanderplatz troneggia la locandina dello Stalker di Tarkovskij, ma Berlino non è la Zona “morta” descritta nel capolavoro del maestro russo. La capitale pulsa di vita, reclama la propria libertà. È il caos. Siamo lontani dalle atmosfere inquiete de Il ponte delle spie di Spielberg, qui le dissolvenze fondono i volti dei protagonisti con le immagini dei manifestanti trasmesse in tv. Lorraine combatte come una belva in selvaggi piani sequenza, per le strade fumose del centro e giù dalle rampe di scale dei palazzi. Si sente che Leitch aveva già co-diretto il primo John Wick, mentre gli incontri-scontri proseguono inesorabili per la gioia degli stuntman. Intanto la colonna sonora colpisce impetuosa e spazia dall’elettronica alla nostalgica 99 Luftballons.

Atomica Bionda non è il classico film d’azione che si aggira per il territorio usurato della Guerra Fredda, ma cerca di stupire con un montaggio esplosivo e nuove soluzioni narrative. E mentre il Muro crolla, altre barriere nascono nella nostre città, per proteggerci da furgoni impazziti e dividere il bene dal male, nel più manicheo dei significati. Forse anche noi avremmo bisogno di una Lorraine Broughton, ma il cinema è il più bello dei sogni, mentre la realtà è la sveglia che non vorremmo mai sentire.

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