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Cinema con vista: Demolition

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Il tritacarne di Hollywood può distruggere le storie più belle. E Demolition ne è un esempio. A volte nascono idee semplici e forti, che avrebbero bisogno di uno sviluppo lineare e coerente, sacrificando magari una cornice di lusso ad alto budget. Si ha l’impressione che questo film parta da un’idea straordinaria e si sviluppi fin dalla sceneggiatura in una chiave che, obbedendo alle regole dello spettacolo ad alto costo, finisce per snaturarla.

Jake Gyllenhaal ha perso la moglie in un incidente d’auto. Lui era nella stessa macchina, ma non è morto. Nell’ospedale scarica la sua rabbia su una macchinetta delle merendine inceppata e perde la testa fino a mandare un reclamo all’azienda: vuole un rimborso. La partenza del racconto, come si vede, è di grande impatto. La distruzione di tutto ciò che lo circonda non è altro che lo sfogo di un dolore inesprimibile e persino contraddittorio. A Gyllenhaal risponde una donna dell’assistenza clienti e nasce una strana relazione tra di loro. Si scrivono, si sentono al telefono, ma quando si incontrano le cose sono più inquietanti del previsto.

Jean-Marc Vallée è l’acclamato regista di Dallas Buyers Club, la storia di un malato di AIDS che si era battuto per i suoi diritti fino alla fine, e il film gli rendeva onore. Allora lo stile era asciutto e andava dritto alla forza dei fatti. Non erano contemplati né il compiacimento né il manierismo, che invece frenano Demolition. Dopo il folgorante inizio, si alternano momenti vigorosi (la sequenza in cui Gyllenhaal paga gli operai mentre stanno demolendo una vecchia villa, per poterli sostituire nel loro lavoro) ad altri momenti convenzionali, come le corse sulla spiaggia e i giochi sulle giostre.

Una vita finisce e un’altra è obbligata a ricominciare. Ognuno elabora il lutto, a modo suo e la voglia di “demolire” è la metafora di un impossibile ritorno alla quiete. Bisogna smontare per capire che cosa non funziona, persino il cuore va radiografato per scoprire che ha un’anomalia inspiegabile. Si ha l’impressione che la sincerità di fondo venga compromessa per rendere meno amaro e più accessibile al grande pubblico un tema profondo, ma difficile. Ne fa da spia un montaggio frenetico oltre ogni sopportazione, più adatto a un videoclip che a un lungometraggio. Gyllenhaal si sforza di dare al protagonista un’umanità e una coerenza, ma deve lottare con una sceneggiatura altalenante.

Demolition è come un pacco senza sorpresa. Dietro la confezione di lusso, lascia l’amaro in bocca per una storia che poteva essere profonda ed è svolta in modo superficiale. Dispiace ammettere che Demolition sia un’occasione mancata anche dal punto di vista commerciale. Fatto senza divi e da una piccola produzione indipendente, avrebbe forse potuto mantenere fino in fondo la grande intuizione di partenza. Così resta un ibrido che non soddisfa né la grande platea né i palati più fini.

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