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Venezia 2016. The Woman Who Left

The Woman who left 1

The Woman Who Left – Ang Babaeng Humayo **1/2

“L’esistenza è fragile” dice Lav Diaz, “Alla fine di una giornata, in fondo, noi non sappiamo nulla”. Una storia semplice, ma allo stesso tempo complessa; un’opera sull’esistenza umana, che si chiede “dov’è la logica in tutto questo?” Un film che vuole spingere il cinema verso il suo ruolo più profondo e grandioso: trovare risposte alle filosofiche domande che ogni spettatore si pone. L’ambientazione a Mindoro, provincia delle Filippine da cui proviene la stessa Charo Santos-Concio, ha reso il momento delle riprese ancora più autentico di quanto il tema del film non fosse in grado di fare.

Lav Diaz

A chiusura del concorso, Venezia regala ai suoi spettatori il nuovo film del filippino Lav Diaz.

Regista di culto, molto più venerato che visto, ha fatto delle durate fluviali dei suoi film la cifra più evidente di un cinema che si nutre di piani sequenza interminabili, di montaggio minimo e di macchina fissa, per lo più.

La fascinazione per la natura ed il paesaggio urbano e naturale, per la messa in scena simbolica e astratta hanno contribuito a costruire un’aura particolare attorno ai suoi film, oggetti invisibili al di fuori del contesto festivaliero. E anche su questo qualcosa bisognerebbe pur scrivere…

Le sue sono maratone cinematografiche, che portano i pochi spettatori, curiosi o fedeli, sino allo strenuo, in quella condizione particolare di spossamento in cui l’attenzione vaga, lo scherma rimanda immagini ipnotiche, sonno e veglia si sovrappongono.

La scelta di mettere in concorso al Lido il suo nuovo film, The Woman Who Left, segna una precisa scelta di campo, ma corrisponde altresì ad un mutamento sostanziale nel cinema del filippino.

Qui siamo di fronte ad un racconto più strutturato, ad un melò della vendetta, con una donna ingiustamente imprigionata per trent’anni, che esce dal centro correzionale, per cercare di ricostruire il filo interrotto con il suo passato.

Si mette sulle tracce dei figli, abbandonati quando erano piccoli, ma soprattutto del mandante delle sue disgrazie giudiziarie, tal Rodrigo Trinidad, con cui la protagonista era fidanzata un tempo, ora ricco e inavvicinabile ‘imprenditore’, che vive sull’isola di Mindoro.

Nel tentativo di trovare un momento adatto per sparargli, la donna frequenta la chiesa dove Rodrigo fa opera di carità, e un gobbo, venditore di uova, che tanto piacciono al suo aguzzino.

Nel frattempo si dedica ai più poveri e miserabili della parrocchia. Una ragazzina fuori di testa, che vive di elemosina, una famiglia con troppi figli e un padre violento, un travestito epilettico e ballerino, che diventerà il suo più prezioso alleato…

Il film è ambientato nel 1997, un anno record per sequestri e criminalità nelle Filippine. Il racconto è costantemente accompagnato dalle tv e dalle radio, che trasmettono gli aggiornamenti di cronaca nera.

Si tratta, come potete notare, della trama di un melò piuttosto ordinario, fortemente simbolico ma prevedibile, vecchio quanto il cinema.

Lav Diaz tuttavia cerca di dargli una nuova vita, immergendolo nel suo consueto bianco e nero digitale, sovresposto di giorno e contrastato di notte. E legandolo alla storia del proprio paese, attraversato periodicamente da crisi profondissime, da rivolgimenti politici e sociali, da violenze pubbliche e private.

Horatia, la sua protagonista, ha vissuto da reclusa per trent’anni ed ora che è uscita di prigione, vaga senza identità in un paese che non riconosce, che le è profondamente estraneo, alla cui storia non ha preso parte.

Appena uscita vende le sue proprietà, non vuole che nessuna sappia del suo rilascio, si trasferisce e si fa chiamare con nomi diversi. Si traveste persino da uomo, nelle lunghe notti, attraversate come un fantasma.

Si accorge così delle piccole grandi menzogne su cui è costruito il suo paese, della sottile linea della violenza che lo attraversa in tutti gli strati sociali: per gli ultimi e i derelitti è una necessità di sopravvivenza, per i potenti rappresenta l’esercizio stesso del loro potere.

Uno dei momenti più forti del film di Diaz è la confessione di Rodrigo: un’ammissione di colpa che non prevede alcun pentimento, che non cerca il conforto del perdono.

Diaz gira quasi sempre in interni fatiscenti e di rara bruttezza, in chiese vuote, in baracche improbabili, in fast food improvvisati. Ritrova la bellezza solo quando ‘giustizia è fatta’: non a caso è l’unico momento in cui la macchina da presa si libera dalla sua immobilità, per seguire la protagonista sulla spiaggia, ad una festa.

Quella libertà segna tuttavia anche la fine dell’ossessione di Horatia: la sua identità, faticosamente ricostruita attorno alla vendetta, va in frantumi e non le resta che vagare nella notte di Manila, ancora alla ricerca di qualcuno o di qualcosa.

Il rigore della messa in scena, che procede per piani fissi fino all’improvviso scarto camera a spalla, nel momento chiave del film, conferisce alla storia una solennità, che la durata ancora sproporzionata – ma questa volta tollerabile – di quasi quattro ore, contribuisce a rafforzare.

In tutta onestà, ci saremmo attesi qualcosa di più. Nel film di un regista estremo come Diaz prevale invece questa volta una scelta di compromesso, che forse prelude ad una svolta ulteriore verso racconti più strutturati ed un uso più tradizionale del montaggio.

The Woman Who Left sembra un lavoro di passaggio, di transizione, un tentativo di instaurare un dialogo vero con i suoi spettatori, che lascia tuttavia freddi. Un film che si accende in qualche raro momento, ma che procede per lo più in modo ordinario, per accumulo e ripetizione.

Diaz cita Tolstoj come ispirazione e certamente, nella sua testa, c’è una passione per il romanzo ottocentesco, per le sue trame infinite, per i suoi personaggi travolti dal destino.

Ma nel suo nuovo film prevale spesso l’aspetto più trito del melodramma e la sua fascinazione un po’sospetta per il marcio, lo sporco, il putrido, il deforme.

E’ lo specchio del proprio paese e della sua storia recente? Senza dubbio.

Ma in fondo The Woman Who Left è già maniera di sè, bignami del suo cinema, compromesso al ribasso, per épater la platea vasta della Mostra – che infatti applaude e premia.

Ma per un regista rigoroso ed estremo come Diaz, che negli ultimi due anni ha vinto il Pardo a Locarno, il premio Alfred Bauer a Berlino e il Leone a Venezia, questo è un peccato capitale oppure la inevitabile fine di un cinema (in)capace di fare a meno del pubblico?

Il tempo forse ci darà una risposta.

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