Jason Bourne. Recensione in anteprima!

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Jason Bourne *1/2

“Io penso, riguardo all’idea di fare un altro film, che la storia, la ricerca di questo tizio della propria identità, sia finita, perché ormai ha avuto tutte le risposte.
Non c’è modo di continuare con lo stesso personaggio; ciò che lo rendeva interessante era il suo tormento interno, il suo ‘sono una brava o una cattiva persona? Quale è il segreto dietro la mia identità e perché non riesco a ricordarla? Perché ho dei ricordi così spaventosi?’.
Ora tutto questo meccanismo di propulsione che sta alla base del personaggio è esaurito”
Matt Damon, Collider 27.8.2007

Il quinto episodio della serie incentrata sul personaggio creato da Robert Ludlum segna il ritorno in campo, come salvatori della patria, di Paul Greengrass e di Matt Damon, dopo il disastroso quarto episodio affidato a Tony Gilroy e a Jeremy Renner, nei panni di un altro agente della CIA, coinvolto in progetti top secret.

La serie di Bourne era cominciata nel 2002 con un film di spionaggio a bassa costo e senza grandi effetti speciali, The Bourne Identity, forte di uno script ad alto tasso di adrenalina di Tony Gilroy e alla regia ipercinetica di Doug Liman.

Fiutate le potenzialità della saga, la Universal aveva esautorato Liman, per assegnare la regia all’inglese Greengrass, distintosi per l’Orso d’Oro conquistato con il suo secondo lungometraggio, Bloody Sunday.

Il trio Greengrass alla regia, Gilroy alla scrittura e Damon davanti all’obiettivo, aveva funzionato egregiamente sia in The Bourne Supremacy, sia in The Bourne Ultimatum, ridefinendo e aggiornando il ruolo e l’immaginario della spia del XXI secolo.

Ma nel cinema mainstream di oggi, nessuno uccide un franchise che funziona. E allora la Universal pretende nuovi episodi che nè Damon, nè Greengrass avevano intenzione di produrre.

Gilroy invece si piega alle richieste della major, confezionando un episodio spurio, che ha ancora Bourne nel titolo, ma racconta la storia di un altro agente: avrebbe potuto essere una nuova ripartenza, ma l’inconsistenza della storia e l’incapacità di Renner di reggere il confronto con il vecchio protagonista, finiscono per affossare ogni velleità di rilancio.

Passano quattro anni e la Universal riesce a convincere – probabilmente a suon di milioni di dollari – sia Greengrass, sia Damon a ritornare sul set.

Tony Gilroy, nei panni del ‘traditore’, viene esautorato dalla scrittura e Greengrass compone la sceneggiatura con il suo fidato montatore, Cristopher Rouse.

Ma perchè ricostruire il lungo percorso che ha portato alla produzione di Jason Bourne? Molto semplicemente perchè tutti i limiti del film risiedono essenzialmente nei motivi che hanno spinto la Universal a perseverare con una storia ed un personaggio che non avevano più nulla da dire, dal punto di vista cinematografico.

Le dichiarazioni di Matt Damon che abbiamo messo in epigrafe sono emblematiche.

Jason Bourne è un film stanco, ripetitivo, che vive su un paio di spettacolari set d’azione, ma che non ha alcuna ragion d’essere narrativa.

L’inizio è affidato a Nicky Parsons/Julia Stiles, che localizza Jason Bourne in Grecia, durante le contestazioni di piazza contro i piani austerità della UE.

I due sono però braccati dalla CIA che li vuole morti e mette sulle loro piste un contractor senza nome, che il direttore chiama semplicemente ‘risorsa’.

Come potete immaginare, Bourne scappa in giro per l’Europa, mentre la ‘risorsa’ è sulle sue tracce. La tecnologia aiuta la CIA a Langley a tenere sotto controllo il tutto dagli schermi della loro war room.

La sceneggiatura – francamente imbarazzante – messa in piedi da Greengrass e Rouse è poco meno di un canovaccio, per imbastire rincorse, scazzottate, fughe e minacce assortite, da cui inevitabilmente il nostro eroe riesce a sottrarsi senza troppa difficoltà.

Come al solito la CIA ‘cattiva’ lavora per farlo fuori, prima che scopra un altro pezzo di verità sulle operazioni segrete in giro per il mondo, mentre una giovane idealista fa il doppio gioco e gli dà una mano all’interno dell’agenzia.

Cambiano i volti, ma persino un gigante come Tommy Lee Jones appare svogliato e privo di mordente, alle prese con battute già sentite mille volte.

Onestamente questo nuovo Jason Bourne non è particolarmente innovativo neppure dal punto di vista cinematografico: il memorabile montaggio frammentato di Ultimatum e le sue strategia di pedinamento, qui lasciano spazio ad una regia distratta e poco convinta e ad un montaggio, tutto sommato, ordinario che offre il suo meglio nell’incipit ad Atene. Il resto è un precipitato di quella fuga iniziale.

Se Bourne ha rappresentato sinora l’avanguardia del cinema d’azione, influenzando in maniera determinante sia il coevo Bond di Daniel Craig, sia l’Ethan Hunt di Tom Cruise, per non dire dei tanti thriller d’azione metropolitani, questo quinto episodio segna il passo.

E’ evidente che, per Greengrass e Damon, si tratta solo di una performance alimentare, uno stanco e inutile ritorno ad un mondo che non più nulla da dare, a loro e agli spettatori.

Una delusione. In sala dal 1 settembre.

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