Cinema con vista: Truth – Il prezzo della verità

Truth poster

Lo spettatore che ha amato alla follia Spotlight, se si ferma in sala a vedere Truth, si renderà conto che i capolavori sul giornalismo investigativo al cinema non nascono tutti i giorni. Ma qual è la verità che Truth vuole svelarci?

È lo scandalo di Abu Grahib, il carcere iracheno dove nel 2004 avvennero fatti che la Storia non può cancellare. Le foto dei maltrattamenti sui presunti prigionieri politici, fornite dalla Cbs News, sono ancora impresse nella mente di molti. L’ideatrice dell’inchiesta è Mary Mapes, una produttrice televisiva sempre a caccia di scoop per il programma 60 Minutes. Il suo fiuto la porta alle calcagna di G.W. Bush, all’epoca dei fatti in attesa di essere rieletto per il secondo mandato come presidente degli Stati Uniti. L’accusa rivolta a Bush è di aver disertato la guerra del Vietnam entrando nella Guardia Nazionale, dove però alcuni documenti dimostrano che non si è mai presentato. Ma qualcosa nell’inchiesta va storto e quelle carte potrebbero non essere attendibili.

James Vanderbilt esordisce alla regia con un tema scottante. Sceglie di portare sullo schermo una storia vera che ha fatto scalpore e si prende fin troppe libertà. Mentre Spotlight trova la forza nella realtà dei fatti senza alterarli, Truth al contrario ha bisogno di barare per convincere e ovviamente non ci riesce.

Si gioca a chi urla più forte e il tema della lotta contro il potere rischia di sfumare in una lite di condominio. I continui scontri verbali tra buoni e cattivi intontiscono la platea, invece di catturarla. Le belle inquadrature non bastano a spiegare i fatti, e i movimenti di macchina spesso sovrabbondanti tolgono efficacia alla regia.

Truth – il prezzo della verità racconta un episodio controverso del giornalismo americano e non solo.    Ma Vanderbilt segue la vicenda dal punto di vista della solita eroina tutta d’un pezzo, e questo toglie al film la chiarezza e la verità necessarie per far arrivare alla platea una vicenda di per sé complessa e oscura. Siamo lontani da un classico come Tutti gli uomini del presidente. Forse perché la sceneggiatura si appiattisce fin troppo sull’inchiesta televisiva e non cerca altre strade per allargare la visione e farcela capire in tutta la sua complessità.

James Vanderbilt è uno sceneggiatore che passa dietro la macchina da presa con un tema forse troppo ardito per un’opera prima. Il ritmo è come al solito incalzante e cattura per due ore l’attenzione dello spettatore. Lo stile è un po’ furbetto, con qualche occhiolino di troppo a un pubblico di bocca buona.

Chi non sbaglia un colpo è Cate Blanchett, ancora una volta convincente nella parte di una donna divisa tra famiglia e lavoro. A farle da spalla c’è sua maestà Robert Redford, che col fascino dell’età rischia di diventare sempre più bravo. Specialmente quando si parla di ruoli carismatici e di spicco.

Truth – il prezzo della verità è un palloncino gonfiato troppo: rischia di scoppiare e alla fine si ha la spiacevole sensazione di essere stati giocati. I poteri forti cercano di manipolare il giornalismo da sempre e i registi non sono da meno verso lo spettatore pagante.

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