Ave, Cesare! Recensione in anteprima

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Ave, Cesare! ***1/2

“It’s complicated”

Si apre con un crocifisso, esattamente come The Hateful Eight, il nuovo film dei fratelli Coen, ambientato negli immaginari Capitol Pictures Studios di Hollywood, anno di grazia 1951.

Ma se per Tarantino quella scelta era pura iconografia western, senza alcun vero significato, per i Coen è una dichiarazione d’intenti, perchè il loro protagonista è un uomo costretto ad una sua personalissima via crucis: Eddie Mannix, cattolico e devoto padre di famiglia, capo della produzione, per conto del ricco tycoon newyorkese, Mr. Schenck.

Le sue giornate cominciano in chiesa, sfogando la frustrazione di un lavoro impossibile nella Sodoma e Gomorra del cinema, con la confessione di peccati minori, tentando di rappacificare il suo spirito, travolto da attori inadeguati, giornaliste invadenti e pettegole, dive dai facili costumi, vecchi scandali che vengono a galla.

La Capitol è una grande major che produce commedie musicali, eleganti film d’amore, peplum in costume e western.

La giornata di Mannix comincia con i giornalieri del loro film di punta, ‘Hail, Caesar! A Tale of the Christ’, ovvero la storia di Gesù dal punto di vista di un console romano, interpretato dalla più grande sta dello studio, Baird Whitlock.

Per evitare polemiche pretestuose, Mannix ha convocato un prete ortodosso, un rabbino, un parroco cattolico e uno protestante, per avere il via libera religioso alla sceneggiatura.

Nel frattempo, durante le riprese, Baird Whitlock viene drogato e rapito da due comparse, per conto di un misterioso gruppo che si riunisce in una villa isolata sull’oceano.

Ma le cattive notizie non sono finite per Eddie Mannix: su suggerimento del proprietario degli studios, la star dei loro western, Hobie Doyle, viene spostato sul set della commedia romantica Merrily we dance, diretta dal sofisticato regista inglese Laurence Laurentz, con effetti tragicomici.

Inoltre la star dei loro film acquatici, DeeAnna Moran, è incinta non si sa bene di chi e il giovane protagonista del loro musical, Burt Gurney, è al centro di un gossip che mette a repentaglio il buon nome dello studio.

Assediato da mille problemi, Mannix deve anche decidere se accettare le lusinghe della Lockheed, che gli propone un contratto da favola, per lavorare con loro.

Il quarto film di Clooney con i fratelli Coen, gli regala l’ennesimo personaggio vanesio e fondamentalmente idiota, a cui il divo si presta con la consuenta ironia, ma il vero protagonista questa volta è Josh Brolin, impeccabile fixer di tutti i problemi degli studios, assediato da mille problemi, ma capace sempre di trovare una soluzione pragmatica ad ogni capriccio, così come il vero Eddie Mannix, che lavorava alla MGM.

Una nota di merito spetta al cowboy interpretato da Alden Ehrenreich: scoperto da Coppola in Tetro, meriterebbe ben altra considerazione a Hollywood, così come Channing Tatum, qui impegnato in un ruolo alla Gene Kelly.

Memorabile il cameo di Frances McDormand, nei panni della montatrice col foulard.

Ave, Cesare! è molte cose assieme: difficile ridurlo ad unum.

Innanzitutto è una delizia cinefila, che si confronta con l’immaginario con il quale i due fratelli del Minnesota sono evidentemente cresciuti. Entrambi figli degli anni ’50, Joel e Ethan hanno mitizzato quell’epoca d’oro della Hollywood classica, omaggiandola spesso nei loro film, da Il grande Lebowski a Mister Hula Hoop, da Barton Fink a Fratello dove sei.

Il loro nuovo film è una summa che raccoglie tutte quelle suggestioni: dai film acquatici alla Ester Williams, ai musical alla Busby Berkeley, dai western canterini con Dean Martin, alle commedie sofisticate, dirette dagli esuli mitteleuropei.

E ovviamente, trattandosi dei fratelli Coen, non potevano mancare due giornaliste gemelle, alla Edda Hopper – Louella Parsons, lo sberleffo alla paranoia anticomunista, Herbert Marcuse e una valigia piena di soldi, che, proprio come in Fargo, finisce per fare una brutta fine.

Nella prima ora, Ave, Cesare! è un fuoco d’artificio di ironia e battute fulminanti: ce n’è per tutti, dagli sceneggiatori comunisti fino ai divi idealisti per caso, che sposano le loro rivendicazioni.

E’ uno spasso senza fine, forse più per i cinefili che per gli spettatori comuni, anche se i richiami ai generi e alle idiosincrasie della Mecca del Cinema sono alla portata di tutti.

Il racconto procede accumulando numeri e sequenze, che sembrano legate più dal desiderio dei due registi di dare sfogo alla loro fantasia, che a precise necessità narrative: ma in fondo non era proprio questo lo spirito di quella Hollywood vicina al tramonto?

Nel finale, il film si risolve un po’ troppo sbrigativamente e tutte le tessere del puzzle trovano una collocazione: impossibile negare un happy ending, ad una favola ambientata nell’età dell’innocenza eisenhoweriana e del conformismo conservatore.

Ave, Cesare! è in superficie divertissement puro, parodia della Hollywood classica e dei suoi incubi: dagli sceneggiatori comunisti, alle star omosessuali e libertine, dai registi egomaniaci alle carriere costruite dagli uffici stampa.

Ma i Coen vogliono mostrarci anche quanto il cinema sia in fondo intimamente connesso alle modalità ed al contesto produttivo nel quale prende forma.

E’ un film pragmatico, che parla di denaro e di economia, di offerte per un lavoro serio e di grandi set che devono funzionare a pieno regime!

Ave, Cesare! celebra, senza infingimenti idealistici, il buon uso del capitale, il compromesso necessario all’industria, la forza degli uomini che se ne fanno garanti.

L’assurdità grandiosa della Hollywood classica viene smontata, pezzo dopo pezzo, in una continua parodia consapevole. Lo studio system è finito da oltre mezzo secolo e le condizioni nelle quali nascevano quei film sembrerebbero oggi irripetibili, così  come il controllo maniacale di allora, ma il contesto industriale è ancora necessario, pur nel mondo dei sogni.

Nel confronto fra gli ideali velleitari degli artisti e la concretezza necessaria degli uomini d’impresa, i Coen alla fine sembrano stare dalla parte di questi ultimi: non è un caso che Mannix nel finale, schiaffeggi il divo che vaneggia, indottrinato dagli sceneggiatori…

L’allegoria nostalgica dei Coen, punta infine anche al cristianesimo ed alla sua ipocrisia del peccato e della confessione, facendone uno specchio nel quale non solo la società americana, ma anche la Hollywood di quegli anni poteva rispecchiarsi perfettamente.

In fondo il rapporto tra l’invisibile tycoon, Nick Schenck, il capo della produzione, Eddie Mannix ed i divi Baird Whitlock, Hobie Doyle, DeeAnna Moran non è così dissimile da quello che lega il Dio collerico dell’Antico Testamento, l’amorevole Gesù di Nazareth, sceso sulla terra, uomo tra gli uomini, per prendere su di sè il peso della colpa e del peccato, ed i profeti che ne diffondono il verbo, grazie allo Spirito Santo.

E la cosa curiosa è che Mannix è davvero un uomo di fede: la sua adesione al modello sociale e familiare dell’america degli anni ’50 è del tutto genuina.

I Coen pagano così il loro debito alla vera autorità morale della loro infanzia, che non è l’america bigotta e cristiana, nè quella della tradizionale ebraica, ma è quella diffusa dai sogni in celluloide e technicolor.

E allora, ancora una volta, quella che sembrava solo una commedia scatenata e nostalgica, si rivela qualcosa di più: un conte philosophique, che racconta l’importanza del capitale ben utilizzato e la costruzione di un’identità.

Dal 10 marzo nelle sale italiane.

Ave 5

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2 pensieri riguardo “Ave, Cesare! Recensione in anteprima”

    1. Ave Cesare! è lontano da A proposito di Davis. Talmente lontano che non mi sembra di rintracciare percorsi comuni al suo interno. Il primo è una riflessione sul mondo dello spettacolo mainstream, sul denaro e la filosofia della Hollywood Classica, il secondo è proprio come una ballad folk, indie e malinconica, del suo protagonista.
      Sono due facce molto distanti del successo e dello showbiz.
      L’accostamento dei due film non mi suggerisce molte riflessioni.
      I Coen sono sempre stati maestri nell’alternare i loro progetti, seguendo un percorso personalissimo, ma non sempre univoco.

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