Cinema con vista: La grande scommessa

La grande scommessa 3

Favola grottesca e fin troppo reale sulla nostra crisi finanziaria, capace di mettere in ginocchio il sistema e di far volare un cinema giustizialista e anticonvenzionale. Nel 2005 tutto sembra tranquillo come nel Paese dei Balocchi. Le banche riciclano prodotti scadenti, valutandoli con il massimo valore possibile, mentre i mutui vengono concessi a chiunque e intestati anche al proprio cane. Intanto i grandi intermediari guadagnano cifre da capogiro a scapito della povera gente, ignara e convinta che vada tutto bene. Ma un giorno qualcosa cambia.

Un uomo non tanto “qualunque” scopre che il sistema non può durare e ci scommette contro, sapendo che guadagnerà milioni al momento del crollo. Sembra follia e Michael Burry, l’uomo in questione, non è di certo un eroe, anzi è il furbetto che capisce come lucrare sull’orlo del baratro. Lo seguono a ruota lo “squalo” Ryan Gosling e Steve Carrel, con la cortese collaborazione di Brad Pitt e di una coppia di ragazzi degna dei creatori di Google: nei garage americani si scoprono sempre grandi cose.

Adam Mckay riscrive i canoni dello storytelling, elevandosi dalla demenzialità di Anchorman 2 e puntando senza mezzi termini allo scintillio di qualche statuetta. Sceglie un argomento ormai alla ribalta e lo rende alla portata di tutti, con simpatici stacchetti e picchi di satira che non sanno se far ridere o piangere. Margot Robbie, nuda e ricoperta di schiuma, spiega alla platea attonita cosa sono i mutui subprime, mentre Selena Gomez si improvvisa esperta e tiene un seminario sui CDO sintetici. Senza dimenticare il narratore d’eccezione Ryan Gosling, che con la sua abbronzatura tropicale mostra ai comuni mortali come è diventato ricco. Non vuole essere simpatico, anche se a volte ci riesce, e sa che verrà giudicato, ma non è l’eroe di questo film.

Nessuno dei personaggi è in cerca di redenzione. Conosce il disastro, percepisce la disfatta, ma non può far nulla se non arraffare il più possibile prima che la barca affondi. È la metafora di una società decadente che cerca di rimanere a galla, mentre l’ancora del capitalismo affonda sempre più in basso. A pagare è l’uomo qualunque, con la casa e il lavoro che spariscono in una nuvola di fumo e lo Steve Carrel che tentenna prima di vendere è la luce in fondo al tunnel. Quel piccolo spiraglio di cambiamento per un sistema ormai troppo lanciato per tornare indietro.

Il regista si distacca dalla saccente narrazione in cerca di una verità assoluta e si appella al documentario dinamico, lontano dai canoni di Moore, ma molto vicino alla platea più variegata. L’ignaro spettatore fatica a capire all’inizio e continua fino alla fine, ma almeno può godere delle linee generali del più grande male della società occidentale: la crisi. Un disastro presentato col sorriso sulle labbra e il pugnale dietro le spalle, coadiuvato da un buon ritmo e un cast in stato di grazia.

“La crisi secondo Adam Mckay” è uno splendido esempio di satira nera, che rifiuta il mainstream e tiene alta l’attenzione con qualche buon espediente narrativo. Alterna lo statico al dinamico e si rende portatore della luce della verità, mentre il mondo crolla sotto il peso della sua cupidigia. Non vuole giudicare e non offre vie d’uscita, racconta la sola nuda e cruda realtà, talvolta infarcita di troppi tecnicismi per essere pienamente apprezzata. Un film necessario e coraggioso, che rasenta la follia nel principio e sconvolge con il suo bruciante messaggio.

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