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The Revenant. Recensione in anteprima!

The Revenant poster

The Revenant ***1/2

La vendetta è nelle mani di Dio.

Il percorso autoriale di Alejandro Gonzales Inarritu appare diviso esattamente a metà. I primi tre film, Amores Perros, 21 grammi e Babel, sviluppati a cavallo tra la seconda metà degli anni ’90 ed il nuovo secolo, erano fortemente segnati dalla scrittura di Guillermo Arriaga e caratterizzati da una struttura narrativa fortemente postmoderna, organizzata per episodi apparentemente distanti e con protagonisti diversi, capaci di sovrapporsi e  incrociarsi sino a formare un affresco, anche affascinante, sul senso della vita, sul dolore del mondo e le fatalità del caso, che finiva per mostrare, alla lunga, tutta la sua artificiosità.

Dopo la separazione artistica da Arriaga sono nati invece tre film, solo apparentemente molto distanti nel tempo e nello spazio, Biutiful, Birdman e The Revenant, che condividono invece l’idea di ritrarre un solo personaggio, un padre, colto nel momento più difficile e determinante della sua vita, in lotta con se stesso e con l’ambiente che lo circonda, per la propria sopravvivenza.

Inarritu ha partecipato in prima persona alla stesura dei tre script e si è affidato, a partire da Birdman, a Emmanuel Lubezki, interrompendo la collaborazione con il fidato direttore della fotografia Rodrigo Prieto.

The Revenant è un punto di arrivo, un film sontuoso, massimalista, capace di unire il coraggio e l’audacia spericolata della Hollywood degli anni ’70 con il grande capitale e le infinite possibilità delle major dei giorni nostri.

Inarritu si riappropria del western morale di quegli anni, capace di riscrivere la Frontiera sottraendola al Mito e riportandola nella Storia, ma il suo cinema smisurato e performativo si spinge oltre, sui sentieri già battuti da Von Stroheim e Coppola, trasformando il set in un’avventura estrema, elettrizzante e dolorosa al tempo stesso.

Due sembrano essere però i suoi riferimenti d’elezione. Il primo è chiaramente Werner Herzog ed il suo approccio eroico alle riprese: il cinema che sfida i limiti del rappresentabile e si confronta con una natura selvaggia e ostile. L’altro è Terrence Malick, a cui Inarritu ha sottratto i collaboratori più stretti, affidandosi alla loro maestria: non solo ‘Chivo’ Lubezki dietro la macchina da presa, ma anche Jack Fisk alle scenografie e Jaqueline West ai costumi, regalandoci un film dalle ambizioni smisurate, che ha cominciato a coltivare la propria leggenda, già nei lunghi mesi delle riprese proibitive in Canada e Argentina. Un viaggio all’inferno, questa volta però nel ghiaccio e nella neve.

Ispirato al libro scritto da Michael Punke, sulla vita del cacciatore di pellicce Hugh Glass, già al centro di Uomo bianco, va’ col tuo dio di Sarafian, The Revenant è un grande romanzo ottocentesco di sopravvivenza e vendetta, ma allo stesso tempo è un ritratto feroce dell’america dei pionieri, in guerra con gli indigeni nelle terre selvagge, pronti a tutto per avidità e gloria.

North Dakota, 1823. Gli uomini della Rocky Mountain Trading Co., guidati dal Capitano Andrew Henry, vengono attaccati da una tribù di indiani Arikara. Solo una decina di loro riesce a fuggire sulla barca, attraverso il fiume Missouri, recuperando le pelli per le quali erano stati pagati.

Tra di loro c’è il cacciatore Hugh Glass: a suo avviso l’unico modo per mettersi in salvo è tornare a Fort Kiova, passando attraverso le montagne, nascondendo le pelli lungo il cammino, per non affaticare il viaggio, con la speranza di ritorna a recuperarle in un secondo momento. 

Nonostante l’altro cacciatore, John Fitzgerald, la pensi diversamente, il Capitano Henry decide di proseguire via terra.

Mentre Glass è in avanscoperta, per esplorare il territorio, viene tuttavia attaccato da un gigantesco grizzly. Ferito brutalmente e in fin di vita, viene trasportato dai compagni, finchè l’impresa non diventa impossibile. 

Il Capitano Henry decide quindi di lasciare Glass con tre dei suoi uomini – il figlio Hawk, il giovane Jim Bridger e il volontario John Fitzgerald – con il compito di assisterlo e di seppellirlo con dignità, prima di ricongiungersi al gruppo, diretto a Fort Kiova.

Solo che lo spiritato Fitzgerald ha altre ambizioni…

Il film di Inarritu è visivamente travolgente, sin dal duplice attacco, quello degli indiani ai cacciatori e quello del grizzly a Hugh Glass, che segnano la prima mezz’ora del film in modo indelebile.

La macchina da presa di Lubezki vola letteralmente a fianco dei protagonisti, si appanna col loro respiro, si bagna delle loro lacrime e del loro sudore, grazie ad una mobilità che già avevamo imparato a conoscere sin dai tempi di Children of menThe tree of life. Inarritu sfrutta l’iperrealismo del piano sequenza, alternando camera a spalla e steadycam, per mostrare la battaglia dall’interno, in modo totalmente immersivo, come se la macchina da presa fosse uno dei cacciatori in fuga.

Utilizzando solo luce naturale e prediligendo una profondità di campo che sarebbe piaciuta a Welles – così come gli obiettivi grandangolari – Lubezki ci trasporta letteralmente con i piedi nel fango e nella neve e non smette mai di inseguire il movimento: nella stessa sequenza oggettive e soggettive si alternano, senza soluzione di continuità.

Il duplice formidabile attacco sostiene le due ore successive: Inarritu non ha bisogno di far parlare molto i suoi personaggi, nè di ricostruire facili percorsi psicologici, perchè le emozioni essenziali su cui si fonda il racconto, sono tutte leggibili sui volti e negli occhi dei personaggi, nelle voci strozzate dal dolore, nelle parole smozzicate, nella brutalità delle armi dell’Ottocento.

Il film è forse un po’ troppo lungo nella parte centrale e la sua brutalità mal si concilia con le visioni oniriche, i personaggi che fluttuano e le apparizioni à la Tarkovskij, che accompagnano l’odissea del ritorno di Hugh Glass: ma questi, nel complesso, sono vizi minori.

Leonardo Di Caprio è chiamato questa volta ad interpretare un personaggio davvero bigger than life, costretto al silenzio e ad un impossibile viaggio di sopravvivenza e di vendetta, non solo contro la natura incombente e matrigna, ma anche contro la crudeltà degli uomini e la loro brama di ricchezza.

E’ lontano dalla sua comfort zone, dai personaggi carismatici, dalla psiche tormentata o costretti alla menzogna, che hanno caratterizzato tutta l’ultima parte della sua carriera: quello di Glass è un ruolo meno scritto, in cui le parole contano pocopiù fisico ed essenziale del solito.

Ma la grandezza della sua interpretazione è tutta nel calvario a cui è costretto a sottoporsi, da quando si cicatrizza le ferite con la polvere da sparo a quando si rifugia nudo nella carcassa di un cavallo, dopo averlo pazientemente eviscerato: è una sequenza che segna lo zenit della sua passione ed una delle immagini più forti del cinema di Inarritu.

Ugualmente indovinato il resto del cast, con Tom Hardy nei panni del mefistofelico Fitzgerald e Domhall Gleeson in quelli del nobile Capitano Henry.

The Revenant, dal punto di vista narrativo, riduce la storia a canovaccio essenziale, mosso da sentimenti e impulsi primari, ancestrali, mentre ricostruisce con grande precisione il contesto politico di quegli anni, con la presenza dell’esercito, gli scontri fra tribù e la comprensibile ostilità degli indiani verso i colonizzatori e verso le altre tribù.

Il passato di Glass si limita a poche brevissime visioni: innamoratosi di un’indiana pawnee, capace di parlare la lingua indigena e di comprendere le insidie dell’outland come solo un nativo, la sua fama era già leggendaria prima degli eventi, raccontati in The Revenant.

Così come nei due film precedenti, il protagonista è un padre ossessionato dal tentativo di superare la dimensione fisica e terrena del rapporto con i propri figli: se in Biutiful cercava di evadere da una quotidianità tragica e disumana e in Birdman diventava a tutti gli effetti un supereroe, capace di scampare la morte e volare via, in The Revenant si sottopone alle prove più impossibili, pur di cercare la sua vendetta.

Il viaggio di Glass è pieno di insidie, ma la macchina da presa di Inarritu e Lubezki è capace di meraviglie che lasciano senza fiato, grazie ad uno stile concitato, febbrile, che si giova anche di effetti speciali e stunt prodigiosi.

Così come Gravity, anche qui l’impresa solitaria del protagonista in un ambiente ostile alla vita, sembra disperata e impossibile, esattamente come quella degli autori nel metterla in scena.

Eppure anche questa volta la magia riesce perfettamente, anzi la meraviglia è persino più grande.

Qualcuno avrebbe forse preferito una regia più invisibile, con meno performance, dietro e davanti alla macchina da presa. Come se il minimalismo realista e l’illusione di un’oggettività impossibile, fossero l’unica chiave interpretativa corretta, nel cinema nel terzo millennio.

Dissentiamo profondamente.

La bellezza del flusso narrativo, nel film di Inarritu, è senza eguali. Il suo è da sempre un cinema che si mostra, anche narcisista e compiaciuto della sua visionarietà, che si nutre di immagini e di ambizione sfrenata, che assalta lo spettatore senza dargli tregua.

L’odissea di Glass trascende i limiti del cinema di genere, per farsi calvario di passione e sacrificio, viaggio mistico tra la vita e la morte, cerimonia di sangue.

Il contesto paesaggistico e naturale non è mai sfondo, ma protagonista, come nell’incontro notturno tra Glass e un indiano vicino ad una carcassa, oppure quando le rovine di una chiesa diventano una sorta di meravigliosa pittura rupestre.

Inarritu gestisce sapientemente i tempi, accelerando e correndo al fianco dei suoi personaggi, per poi rallentare e fermarsi, come in una sorta di rituale arcaico.

Gli occhi del martire Di Caprio alla fine sfondano la quarta parete e guardano dritto in camera: sono proprio quegli occhi che non si dimenticano.

Da non perdere.

therevenant

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  1. […] – 1/7/16] | Marco Albanese @ Stanze di Cinema […]



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