21 grammi

“Il percorso vero, quello delle persone reali è attraverso l’inferno, l’incertezza costante che si possa raggiungere un proprio piccolo e personale paradiso.”

Alejandro Gonzales Inarritu, 2003

Presentato in concorso l’ultimo giorno della 60° Mostra del Cinema di Venezia, 21 grammi è l’opera seconda di Alejandro Gonzales Inarritu, affiancato anche questa volta da Guillermo Arriaga, nella stesura della sceneggiatura.

Dopo successo internazionale di Amores Perros, presentato a Cannes ne La semaine de la critique e candidato all’oscar come miglior film straniero, Inarritu ha girato 21 grammi negli Stati Uniti ed in inglese.

Il titolo si riferisce al peso che si perde nel passaggio dalla vita alla morte.

Il peso dell’anima, ma anche il peso portato da chi sopravvive.

Il regista, che insieme a Guillermo Del Toro e ad Alfonso Cuaron, sta imponendo una nuova generazione di talentuosi registi messicani, ha cominciato lavorando come dj nella più importante radio di Città del Messico, la WFM, per passare quindi a comporre colonne sonore.

Assunto dalla Televisa, uno dei network più influenti del suo paese, è diventato direttore artistico e produttore di spot e cortometraggi, con la sua casa di produzione Zeta Films.

Il clamoroso successo della sua opera prima lo ha spinto negli Stati Uniti, dove è ambientato questo 21 grammi, che si giova di un cast in stato di grazia, composto da Sean Penn, Naomi Watts, Benicio Del Toro e Charlotte Gainsbourg.

Il film sembra avere proprio i difetti ed i pregi, tipici di molte grandi produzioni a stelle e striscie: curatissimo nella forma, efficace nel mantenere la tensione, si perde invece in una storia fin troppo melodrammatica ed utilizza strumenti narrativi usurati.

Il racconto è fortemente destrutturato: è come se Arriaga e Inarritu avessero rotto uno specchio e cercassero di rimetterne assieme i pezzi.

Così le scene di 21 grammi si susseguono alla ricerca di un senso, alternando tre protagonisti e tre momenti temporali differenti.

Il film racconta la storia di Paul Rivers (Penn), un ex professore di matematica, gravemente malato di cuore, in attesa di trapianto; quella di Christina Peck (Watts), una donna fragile, felicemente sposata, che vede crollare la propria vita quando il marito e le due figlie vengono investite ed uccise; e quella di Jack Jordan (Del Toro) un poco di buono, in cerca di riscatto, che si rifugia in una fede cieca e ossessiva.

Il personaggio interpretato da Benicio Del Toro è un uomo segnato, predestinato alla sofferenza e ad un’espiazione impossibile.

Le storie dei tre protagonisti ruotano, ancora una volta, così come già in Amores Perros, attorno ad un incidente d’auto, che segnerà indelebilmente l’esistenza di tutti.

Paul riceverà un cuore nuovo, restando profondamente turbato e desideroso di aiutare chi ha perso il suo donatore.

Christina, distrutta dal dolore, si rifugerà nella droga e nella più completa afasia, ritrovandosi Paul accanto, per una vendetta impossibile.

Jack, dopo aver spezzato per puro caso tre vite innocenti, cercherà solo l’oblio, lontano dalla famiglia, dai figli e dalla religione.

La fotografia tenta di differenziare i tre orizzonti temporali, in cui si articola la narrazione, illuminando con tonalità calde – rosse e verdi – gli eventi accaduti prima dell’incidente, con una dominante bianca, i momenti successivi all’incidente e con un look più sporco e sgranato le scene della vendetta.

Eppure nonostante l’iniziale spaesamento temporale, alla fine tutto torna, il puzzle si ricompone completamente, senza pezzi mancanti.

Non c’è molto spazio per la fantasia, per l’immaginazione, per l’interpretazione.

Tutto appare troppo perfetto, troppo programmatico, profondamente fasullo.

Qual’è l’idea di cinema di Inarritu?

Certo il montaggio è uno dei tratti fondamentali delle sue opere, qui affidato al bravissimo Stephen Mirrione, che usa un decoupage d’attrazione, in cui le scene si legano sui gesti dei personaggi, sulle situazioni simili, sugli sguardi, pur lontanissimi e distanti nel tempo.

Ma il questo caso lo stile non ha alcuna giustificazione narrativa, anzi produce un effetto paradossale.

Il realismo esasperato, che spinge la macchia a mano di Inarritu a pedinare i protagonisti, a scavare nei loro volti e nel loro dolore, sembra scontrarsi con una narrazione volutamente antinaturalistica, inutilmente stratificata.

Come se il regista non si fidasse troppo del suo melò, a tinte fosche.

Come se temesse che una storia piena di morti violente e incomprensibili, cuori donati e rigettati, aborti e maternità, tradimenti personali e spirituali, finisse per mostrare non l’ineluttabilità del destino, ma la sua profonda, intima artificiosità e fosse necessario occultarne sino all’ultimo la natura, frantumandone i pezzi.

Come ha scritto Roger Ebert, I felt as if an unnecessary screen of tecnique had been placed between the story and the audience.[1]

Mentre in un film come Memento, la struttura frattale, si rispecchiava nel disturbo del protagonista, incapace di memoria a breve termine, amplificandone lo straniamento e trasmettendolo allo spettatore, impossibilitato a prevedere il passato, qui invece è fine a se stessa, pura forma, solo un altro espediente à la page.

21 grammi lascia un senso di incompiutezza, dovuto forse ad un eccesso di astuzia.[2] Inarritu, in cerca di uno statuto autoriale, pesca a piene mani nel cinema di Soderbergh (Traffic e L’Inglese) ed in quello di Kieslowski, ricalcando il personaggio di Naomi Watts su quello interpretato da Juliette Binoche in Film Blu, mentre la poetica del trapianto richiama l’Almodovar di Tutto su mia madre e la centralità delle stanze delle figlie, ricorda l’ultimo Moretti.

Il regista messicano non si è accorto che il suo Amores Perros era già uno strabiliante punto di partenza, da cui ricominciare, senza sentirsi in obbligo di replicarne pedissequamente la formula.

Ed anche la definizione stessa dei personaggi appare notevole, finchè si affida alla presenza fisica dei tre protagonisti – il corpo di Del Toro, predestinato alla violenza, enorme e impacciato,  che non gli consente neppure di impiccarsi, la fragilità della Watts, minuta e incapace di tollerare il peso del destino, il respiro affannoso di Penn, la cicatrice sul petto – mentre suona fasulla, quando si lancia in inutili riflessioni filosofiche o teologiche.

L’accoglienza veneziana è stata piuttosto contrastata: alcuni hanno sottolineato la deriva verso livelli di retorica e manipolazione, tali da occultare il fatto che Inarritu ha pescato la trama in 3 o 4 romanzi Harmony… saltellando avanti e indietro nel tempo fino ad esasperare definitivamente lo spettatore già inorridito da urla continue, fotografia livida, panoramiche convulse, trucco veristico.[3]

Altri hanno evidenziato l’efficacia dei tre attori ed il fatto che 21 grammi pretenda anche dallo spettatore il coraggio che ha sorretto l’ispirazione degli artefici.[4]

Se una qualità va riconsociuta a Inarritu, in questa sua opera seconda, risiede nella direzione degli attori.

Sean Penn è l’affascinante depositario della metafora dell’anima, capace di una recitazione tutta in understatement, leggera anche nella gravità del dramma.

Naomi Watts, è credibile e mimetica, in una parte che la vuole costantemente affranta, sconvolta dal dolore o dalle droghe.

Del Toro ha il ruolo più prevedibile, eppure la sua presenza scenica è fortissima: to watch these three is to experience the strange, at times frightening alchemy of screen acting.[5]

I tre grandiosi interpreti ed i pure bravissimi comprimari, rischiano però di sovrastare il film, anche perchè la frammentazione del montaggio, in cui ogni scena è isolata e slegata dalle altre, finisce per esaltare ancora di più la notevolissima performance attoriale, a scapito non solo della compattezza narrativa, ma di ogni altra qualità dell’opera di Inarritu.

Gli artisti spesso crescono, proprio imparando a sottrarre: la struttura tripartita che era stata uno dei punti di forza di Inarritu in Amores perros, qui non ha funzionato e potrebbe risultare ancora meno efficace in futuro.

Perchè ogni artificio narrativo ha i suoi limiti e quando diventa maniera, comincia a perdere significato.

Paradossalmente ciò che manca nel film di Inarritu sono proprio quei 21 grammi a cui si riferisce il titolo.[6]

E non è poco.

21 grammi **


[1]              Roger Ebert, 21 grams, Chicago Sun-Times 25.11.2003

[2]              Enrico Terrone, 21 grammi, Segnocinema n.126

[3]              Fabio Ferzetti, 21 grammi, Il Messaggero, 6.9.2003

[4]              Tullio Kezich, 21 grammi, Corriere della Sera, 17 gennaio 2004

[5]              Manhola Dargis, 21 grams, Los Angeles Times, 21.11.2003

[6]              Enrico Terrone, 21 grammi, Segnocinema n.126

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