Cinema con vista: Crimson Peak

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L’argilla ha il colore del sangue a Crimson Peak. Il potere dell’industria ha distrutto l’ultima umanità rimasta e la dimora signorile sta cercando i suoi antichi fasti, ergendosi su fondamenta cariche di segreti. Ancora una casa infestata, ancora fantasmi, ma niente è un clichè quando dietro alla macchina da presa c’è Guillermo Del Toro. Il talentuoso regista messicano persegue la sua poetica “dell’immaginario” e una nuova favola horror prende vita.

Realtà e sogno si fondono in un’unica dimensione, rivelando un mondo colorato e intrigante che riporta alla mente Il labirinto del fauno. I suoi fan lo definiscono un visionario, un regista capace di attingere a piene mani nell’immaginario comune, senza mai uscirne sconfitto. Eppure questa volta sembra aver provato a conformarsi alle masse, perdendo parte della sua poesia. Quando il paranormale cede il passo alla realtà, il film si sgonfia come un palloncino e la favola scade in tocchi gore e granguignoleschi. Nel franchista labirinto del fauno le vene ultraviolente erano quasi necessarie, ma in Crimson Peak sono solo un esercizio di maniera per un sognatore soggetto ad un brusco risveglio.

Tuttavia la confezione è sontuosa e senza quello scivolone finale si griderebbe al capolavoro. I tagli di luce ambrata regalano visioni mozzafiato e la fotografia dà profondità ad ogni singolo fotogramma. Talvolta sembra che lo spazio sia tridimensionale, potendo quasi toccare colori e raggi di Sole provenienti da piani secondari alla scena. Anche nell’oscurità la Luna avvolge le ombre e l’incubo non fa più paura, carico della visione positivista di Del Toro. Come un padre benevolo, il regista tranquillizza lo spettatore fermo sulla porta, ricordandogli che nel suo orrore mai niente è senza ritorno, perché in fondo si tratta di una favola.

I piani-sequenza si alternano ai primi piani e le ampie visioni spaziali ben si amalgamano col vorticare dei personaggi. Ispirandosi alla sequenza del ballo è facile notare il passaggio fluido dal particolare di una candela ai visi dei ballerini, per poi riprendere dall’alto una pista gremita di spettatori. Il tutto è condito dai colori sgargianti delle scenografie e dei costumi, veri personaggi quando la recitazione latita.
Mia Wasikowska è più evanescente delle sue apparizioni, mentre Charlie Hunnam non brilla certo per talento. Il vero mattatore è Tom Hiddleston che, spogliatosi dei panni di Loki, spopola nelle vesti di un baronetto venuto da lontano. È magnetico, carico di mistero e spregiudicato, con la consapevolezza di avere un irresistibile stile british che mette in ombra una non riuscitissima Jessica Chastain.

Crimson Peak è un omaggio ai grandi classici del romanzo gotico tanto cari a Del Toro. Case infestate, misteriose apparizioni e una storia d’amore in grado di strappare qualche lacrima, ma ciò che manca è il coraggio, la voglia di calcare la mano fino alla fine per non allentare la tensione. Come insegna il funambolo Petit in The Walk, il momento più pericoloso per un equilibrista è alla fine, quando mancano tre passi all’arrivo. C’è un calo di concentrazione e molti cadono, a un soffio dal portare al termine l’impresa. Forse Del Toro si è sentito “arrivato”. Forse gli è mancato quell’ultimo sprazzo di magia che lo avrebbe reso grande.

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