Southpaw – L’ultima sfida

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Southpaw – L’ultima sfida **

Scritto e pensato – che ci crediate oppure no – per Eminem, Southpaw è un perfetto meccanismo spettacolare, di una classicità senza scosse, che piace tanto agli attori che sognano una candidatura all’Oscar: il campione nato povero che si è fatto da solo, i rovesci della sorte e il riscatto finale.

Nell’ultimo secolo di cinema ne abbiamo visti centinaia di film come Southpaw, anche in ambito pugilistico, da Rocky a Toro Scatenato, fino all’ultimo The Fighter.

Il film di Fuqua si posiziona a debita distanza dai primi, aggiornando la stessa storia alle ansie di oggi.

Billy “The Great” Hope è un pugile tutto rabbia, istinto ed orgoglio: campione dei massimi leggeri, è cresciuto in un orfanotrofio. Dopo 43 vittorie e troppi colpi subiti, la moglie Maureen vorrebbe che si prendesse una pausa, ma il manager avido, Jordan Mains, la tv ed un nuovo sfidante per il titolo vogliono tutti la loro parte ed il più in fretta possibile.

La sua vita è ad un bivio, ma la tragedia è casuale e improvvisa, anche se non del tutto inattesa, in un ambiente che ha eletto armi e violenza al proprio credo quotidiano.

La sconfitta sul ring è solo una scorciatoia verso un inferno fatto di auto e case pignorate, tentativi di suicidio, perdita della potestà sulla piccola e adorata figlia…

Nobody knows you when you’re down and out cantava Eric Clapton riprendendo uno standard blues di Jimmy Cox del 1923: le cose non sono mai state diverse: Southpaw racconta la stessa storia.

La discesa è rapidissima: persino troppo esemplare. Il fondo è la palestra sudicia di Tick Wills, dove Hope è assunto per fare le pulizie e dove ritroverà la forza per rimettersi in piedi.

Imparando innanzitutto a difendersi, sul ring come nella vita.

Ci vorranno sangue, sudore e lacrime, naturalmente. Ma l’eroe, come in ogni film prodotto dai fratelli Weinstein, alla fine avrà il suo lieto fine.

Tutto troppo prevedibile. Troppo perfetto. Ma profondamente antico. Anzi, vecchio, vecchissimo.

Talmente datato da sembrare un fondo di magazzino di qualche svendita truffaldina.

Fuqua, che conosce il pugilato, gira bene, la sua macchina da presa vola tra le corde e sta addosso ai suoi personaggi, fuori e dentro il ring, ma non ci regala mai un brivido, uno scarto, un’idea, un dialogo, una battuta, neanche un personaggio minore che non sia figlio di un clichè già visto mille volte.

Questo è cinema di papà, per dirla con i giovani turchi dei Cahiers: semplice e rassicurante, conservatore nell’animo e nelle forme, profondamente reazionario nel perpetuare l’immagine più falsa e vuota del sogno americano, così come l’industria dello spettacolo pretende.

Jake Gyllenhaal fa il suo numero da cane bastonato con gli occhi pesti, il sangue e le ossa rotte, Rachel McAdams si vede solo per 5 minuti, 50 cents è il manager senza scrupoli ed a Forest Whitaker tocca il ruolo del coach disilluso e burbero.

Particolarmente molesta la colonna sonora, affidata anche al mancato protagonista Eminem, che fa rimpiangere molto non solo il Mascagni usato da Scorsese, ma anche solo la fanfara di Bill Conti.

Si può dire? Che noia.

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