Cinema con vista: La regola del gioco

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Michael Cuesta porta sul grande schermo la ricerca di una verità che nessuno vuole conoscere, a discapito dell’uomo comune e della sua necessità di redenzione. Nelle società occidentali si parla di libertà e giustizia, ma molto spesso il mondo diventa una caricatura di se stesso, costruendo una realtà fittizia per nascondere un sistema corrotto e criminale. I burocrati dicono di prodigarsi per la difesa del popolo, curando i propri interessi con azioni ai limiti dell’illegalità, per poi affogare i loro misfatti in un oceano di menzogna. È la vita di Gary Webb, un giornalista che ha scelto di scrivere una storia “troppo vera per essere raccontata”, scatenando perfino le ire della CIA.

Il cinema di denuncia è un genere più che rodato sui set di Hollywood, in grado di sensibilizzare un gran numero di persone su fatti più o meno conosciuti. Sembrerà un’ovvietà, ma film come il J.F.K di Oliver Stone sono ancora stati capaci di scuotere gli animi, dando all’opinione pubblica degli ottimi spunti di riflessione. Allo stesso modo La regola del gioco cerca di riportare in auge un evento quasi dimenticato, schiacciato dalla presenza di altri scandali come quello della Lewinsky, ma la sua uscita in sordina ricorda le sorti della notizia originale. Scarsamente pubblicizzato ed ancor meno distribuito, è un film che punta dritto al cuore, giocando correttamente sulla tensione dei momenti e sul pathos delle situazioni.

Il ritmo è serrato e la voglia di emulare capostipiti del calibro di Tutti gli uomini del presidente è evidente, ma un’eccessiva convenzionalità fa sfumare parte dei buoni propositi. Il regista costruisce una pellicola “furbetta” e convincente, piegando i fatti alle proprie necessità emotive per meglio incidere sul pubblico e contribuendo con una regia schietta e lineare. Forse la sceneggiatura non è delle migliori, ma un buon cast riesce a supplire alle lacune di alcuni dialoghi.

Jeremy Renner dimostra ancora una volta di essere un attore dalle molteplici sfaccettature, capace di abbandonare l’arco di Occhio di Falco per interpretare al meglio un giornalista che ha avuto il coraggio di scagliarsi contro un sistema corrotto, mettendo in pericolo anche la propria famiglia. Per certi versi il suo Gary Webb potrebbe ricordare il Jeffrey Wigand di Insider, disposto a sacrificare tutto in nome della verità, ma una certa superficialità nella denuncia può rendere difficile il percorso di immedesimazione. I fatti sono esposti nella loro integrità, anche se molto spesso sono i filmati storici ad essere i veri protagonisti, rischiando di far perdere il contatto con la finzione cinematografica.

Però questa volta lo spettacolo diventa realtà, spingendo a ragionare su Servizi Segreti bramosi di potere e scarsamente leali verso il proprio Paese. Ora come all’epoca, lo scandalo sarà velocemente dimenticato, attraverso un film che poco esalta il sacrificio del protagonista, meritevole di una maggiore attenzione da parte di tutti.

ktm

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