Cannes 2015. Louisiana – The other side

Louisiana

Louisiana – The other side **

Il nuovo film di Minervini dopo il successo da art house di Stop the pounding heart, presentato proprio a Cannes l’anno scorso, e’ dedicato ad un gruppo di tossicomani senza speranza della Louisiana ed ai gruppi paramilitari del Texas.

Mack e’ uno spacciatore di metanfetamine ed un vorace consumatore anche di eroina.

Vive con una donna a cui sembra volere molto bene e con cui condivide un’esistenza randagia, fatta di lavoretti a giornata, sufficienti per procurarsi la dose quotidiana.

Comincia le sue giornate fumando e producendo cristalli, le attraversa spacciando e somministrando droga a prostitute e spogliarelliste, con gli occhi sempre assenti di chi ha bruciato ogni consapevolezza di se’.

Fa visita alla madre e alla nonna, sembra decidersi a tornare in prigione per tre mesi, per disintossicarsi.

Nel fratempo in Texas, gruppi paramilitari si preparano ad una guerra alla societa’ americana

Il film di Minervini, dedicato al white trash dell’america profonda, e’ come al solito faticoso, nel suo stile a cavallo tra documentario e finzione.

L’intento sembrerebbe politico: mostrare la deriva del sogno americano, gli emarginati dalla societa’ dei consumi, l’ultimo gradino della consapevolezza sociale. Il frutto malato di un egoismo senza limiti e della paranoia del governo minimo, unito alla cultura delle armi.

Solo che a Minervini basterebbero tranquillamente 30 minuti di meno. Alla quindicesima iniezione, somministrata da Mack – persino ad una spogliarellista incinta – all’insistenza su quei corpi nudi e sfatti, su quei sorrisi a cui la droga ha mangiato i denti, che cosa dobbiamo persare?

Forse che Minervini comincia ad essere un po’ troppo compiaciuto della miseria morale e materiale di coloro che mette in scena, un po’ troppo dentro il suo stesso stesso film, con un voyerismo che lascia molti dubbi, soprattutto perche’ il regista non prende mai una posizione vera, proprio perche’ la sua macchina da presa e’ troppo vicina, complice di quella realta’.

Ma l’obiettivita’ documentaristica non e’ che un mito.  E una volta puntata la macchina da presa, bisogna sapere cosa raccontare e come farlo.

Non sono cosi’ sicuro che Minervini lo sappia davvero.

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