Venezia 2014. Pasolini

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Pasolini **

Le ultime ore di vita di Pier Paolo Pasolini nel novembre 1975: in sala di montaggio per gli ultimi ritocchi a Salò, poi a Roma, sull’amato campo di calcio e con Furio Colombo, per un’intervista profetica e terminale, quindi a scrivere e immaginare Petrolio e Porno Teo Kolossal – l’ultimo romanzo e l’ultimo film, rimasti entrambi incompiuti, che Ferrara però ricostruisce lungamente sullo schermo, infine l’incontro con Ninetto Davoli e quello con Laura Betti, quindi la notte con Pino Pelosi ed i ragazzi di vita.

La Callas canta Rossini. Ma ormai è tutto finito.

Il film che Abel Ferrara ha deciso di dedicare ad uno dei più controversi e febbrili intellettuali italiani del Novecento è il racconto di una sconfitta. Il suo Pasolini è un uomo fragile dal destino segnato, che sente salire la marea montante della violenza attorno a sè, ma non può respingerla. Si offe così alla sua sorte senza quasi opporre resistenze.

E’ un uomo tormentato e malinconico, quello che dipinge Ferrara. Ma la grandezza del poeta, del regista, del polemista instancabile ed anticonformista dalle colonne del Corriere della Sera rimane un mistero.

Occorre conoscere quegli anni e quella storia per riconoscere al volo Nico Naldini, Furio Colombo, Laura Betti, Eduardo De Filippo, Ninetto Davoli.

Il film è fragile come il protagonista che dipinge: chi vi cercasse lo scandalo o la conferma del complotto rimarrà deluso. Pasolini è un piccolo film familiare, di affetti e tragedie annunciate.

Gli eccessi formali e narrativi così forti nel cinema di Ferrara – ed in quello di Pasolini – sono qui come attutiti in una ricerca di classicità che non giova al film, che non ha mai un sussulto, mai un momento realmente allarmante o commovente.

Tutto è come anestetizzato in una messa in scena glaciale, quasi sempre oscura, priva del fuoco che avrebbe invece dovuto animare un progetto come questo, fortemente voluto da Ferrara e pensato a lungo.

Il regista si è limitato a mettere in scena una serie di suggestioni, di ipotesi su quello che avrebbe potuto essere il Pasolini futuro, partendo dal lascito di inediti, bruscamente interrotti dalla sua morte. Ma il suo film si dimentica in fretta, non ha certo la forza iconoclasta e oscena di Salò o degli Scritti Corsari e delle Lettere Luterane.

E’ un film di affetti familiari, piccolo borghese si sarebbe detto allora, che Pasolini stesso – ed ancora più il Pasolini degli anni ’70 – probabilmente avrebbe odiato.

Ed è proprio su questo piano che il film di Ferrara è un fallimento bruciante.

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