Venezia 2014. Red Amnesia

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Red Amnesia *1/2

Un’anziana donna vive a Pechino, il marito è morto da poco, i due figli sono ormai adulti ed autonomi, ma lei si ostina a cucinare per loro, ad andare a prendere il nipotino. Va anche a trovare l’anziana madre in un ospizio. Nei suoi giri sembra essere pedinata da un ragazzo che veste una maglia a righe ed un cappello rosso.

Nel frattempo comincia ad essere molestata da una serie di telefonate mute. Poi un mattone rompe una sua finestra e depositano delal spazzatura davanti alla porta di casa del figlio, una sera in cui tutta la sua famiglia è riunita.

Il mistero si risolverà solo nella seconda parte, quando i fantasmi del passato si faranno vivi a ricordare le colpe della protagonista.

Polpettone cinese indigeribile, Red Amnesia è sfiancante nel suo programmatico nulla, così privo di ogni tensione narrativa e suspense.

Dell’anziana signora, la suocera che nessuna nuora vorrebbe mai avere attorno, non ce ne importa proprio nulla. Quando poi le sue gesta passate vengono chiarite, dopo quasi un’ora e mezza di film, ci sta ancora meno simpatica.

Gong Li già a Cannes aveva avvertito che la crescita esponenziale del mercato interno cinese, assetato di prodotti di qualità infima, avrebbe indebolito il cinema nazionale che tutti abbiamo imparato a conoscere, quello del Quinta e della Sesta Generazione.

Ed in effetti i prodotti in arrivo dalla mainland sono melò che si riconnettono alla storia patria, che assomigliano sempre più a quelle produzioni Bollywoodiane assolutamente autoriferite, autarchiche, inadeguate al mercato internazionale.

Solo Marco Mueller era riuscito ad imporre nei suoi anni, alcuni dei cineasti dissidenti capaci ancora di creare scandalo e parlar chiaro al potere, spesso nascondendo i film dietro l’etichetta di film a sorpresa, per proteggere i suoi autori.

Red Amnesia con People Mountain People Sea, con The ditch, con Still life non c’entra proprio nulla.

Due ore buttate.

 

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