Venezia 2014. Hungry Hearts

Hungry Hearts 2

Hungry Hearts *

Accolto con applausi convinti alla fine della proiezione stampa mattutina, il secondo film italiano del concorso, girato da Saverio Costanzo a New York è a nostro avviso uno dei peggiori visti in concorso.

Adattando il romanzo Il bambino indaco, di Marco Franzoso, Costanzo racconta il conflitto che nasce all’interno di una giovane coppia, alla nascita del loro primo figlio.

Lui è Jude, un ingegnere americano, lei, Mina, un’italiana che lavora nella diplomazia. Si conoscono nel bagno di un ristorante cinese, quando restano bloccati e in balia dei miasmi di un attacco intestinale irresistibile.

In breve vanno a convivere e lei rimane incinta. Lasciato il suo lavoro si sposa e dedica tutte le sue attenzioni al neonato, ossessivamente protetto dal mondo esterno, nutrito solo di semi e verdure prodotte nel piccolo orto costruito sul tetto di casa.

Mina rifiuta i medici e la cultura scientifica, si fa leggere la mano e si affida a medicine alternative, teorie new age ed altre stupidaggini simili.

La situazione precipita quando Jude riesce a portare il figlio da un dottore che gli rivela che il bambino è malnutrito e non cresce a sufficienza.

Gli suggerisce di integrare la sua dieta e di farsi seguire da un pediatra.

Comincia così una guerra senza esclusione di colpi tra marito e moglie. Il primo compra degli omogeneizzati alla carne e gli dà il prosciutto di nascosto, la seconda si oppone e segretamente sabota la strategia del marito, dado al bambino un olio speciale che non gli consente di assimilare le proteine.

Si mettono in mezzo gli avvocati, la solita polizia americana, i servizi sociali e la madre castratrice di lui.

Il film di Costanzo è uno psicodramma che vorrebbe forse strizzare l’occhio a Polanski, ma a parte qualche grandangolo sparato sui volti dei suoi attori, rimane sempre un passo indietro la follia surreale, preferendo la scorciatoia tutta americana del film di genere e del finale ad effetto.

Ma soprattutto racconta una storia che non ha alcun vero interesse e che tratta il conflitto tra medicina tradizionale e alternativa come un mcgufffin, uno strumento drammaturgico di bassa lega, per muovere le psicologie tagliate con l’accetta dei due protagonisti.

Peraltro è evidente sin dall’inizio da che parte stanno la ragione ed il torto.

Pessimi gli attori, Driver sempre un passo dietro la sceneggiatura e la Rohrwacher talmente scontata come madre degenere, da esserne una parodia involontaria.

Raccontino edificante per genitori insicuri e ansiogeni, Hungry Hearts si chiude nel più confortevole conformismo narrativo. Una pistola spara ed i due “cattivi” hanno quello che si meritano.

In ogni caso non augureremmo a nessuno due genitori come Jude e Mina.

L’uso di What a feeling nella scena del matrimonio e soprattutto quello di Tu si ‘na cosa grande di Modugno sul tramonto finale è da fucilazione immediata.

L’abbiamo odiato dal primo minuto all’ultimo. Ai festival succede. Nulla di personale.

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