Venezia 2014. The look of silence

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The look of silence ***1/2

Il nuovo documentario di Joshua Oppenheimer non è il seguito di The act of killing, ma il suo compendio ideale, il controcanto delle vittime in una storia scritta tutta dalla parte dei carnefici.

Nel 1965 i generali destituiscono il regime democratico di Sukarno ed impongono una dittatura militare che  è durata per 30 anni. Il presidente Suharto si arricchisce alle spalle del popolo e coltiva la propaganda di regime: il paese doveva essere salvato e mondato del sangue dei “comunisti”. Squadre della morte sotto l’egida dell’esercito regolare torturano ed uccidono quasi un milione di compatrioti e quasi tutti i cinesi d’Indonesia.

Da allora nulla è cambiato. I carnefici sono ancora al potere, i torturatori girano indisturbati e fieri delle loro imprese criminali: scrivono libri illustrati, guidano le assemblee elettive, aderiscono alla Gioventù Pancasila, che è uno dei grandi partiti del paese.

Questa volta Oppenheimer ed i suoi collaboratori anonimi locali, seguono la storia di Adi, un ottico, nato nel 1968 da due genitori molto anziani, che avevano visto il loro primo figlio, Rumli,  trucidato e gettato nelle acque dello Snake River, così come altre migliaia di persone di quella provincia, con l’accusa di essere un sovversivo.

Adi vuole la verità, vuole conoscere non solo i responsabili diretti dell’omicidio del fratello, ma anche i mandanti, i responsabili militari e civili.

Il film è stato girato da Oppenheimer dopo The Act of Killing, ma prima della sua uscita in sala, in condizioni di estremo pericolo e da una troupe interamente svedese, per evitare rappresaglie.

La famiglia di Adi è stata trasferita in un’altra provincia e lo stesso protagonista costretto a girare senza documenti, per evitare che fosse identificato.

Grazie alla macchina da presa di Oppenheimer, Adi finisce per esporre il nervo occultato di un paese che non ha mai davvero fatto i conti con la propria storia, preferendo adagiarsi sulle falsità della propaganda di regime.

Nessuno però si sente davvero responsabile, ciascuno eseguiva ordini o agiva nell’interesse dello Stato. Le domande di Adi sono troppo personali, troppo scomode. Non si può rispondere davvero se non con il linguaggio minaccioso del Potere Assoluto.

E’ come se il passato fosse non solo immutabile nel suo concatenarsi storico, ma altresì nella sua interpretazione odierna, separato e chiuso a qualsiasi lettura di senso.

Troppo facile e troppo comodo, ma assolutamente plausibile se i torturatori di allora sono ancora al potere, protetti e glorificati da una propaganda che dura da mezzo secolo ormai.

Prodotto ancora da Herzog e Morris,  The look of silence è molto classico nella sua struttura: nelle interviste prevale la forza del campo/controcampo. A questi confronti minacciosi, elettrici, sempre sul punto di esplodere, Oppenheimer alterna immagini di Adi e dei suoi genitori, ormai quasi centenari.

Nelle immagini di repertorio, girate da Oppenheimer nel 2004 c’è forse il seme del suo dittico: due killer ritornano allo Snake River mostrando al regista americano i luoghi famigerati delle loro imprese. Si scattano una foto, persino, a ricordo di un passato che nella loro testa rimane in qualche modo mitico.

Nessuno avverte il peso della colpa, del rimorso: tutto è rimasto cristallizzato nelle parole d’ordine di allora. Le responsabilità non sono state occultate, come spesso avviene, ma sono state incredibilmente esposte e glorificate, in un corto circuito della Storia, che il lavoro sublime di Oppenheimer si è incaricato di illuminare.

Il regista non è reticente neppure rispetto agli appoggi che il regime indonesiano ha avuto dagli Stati Uniti: il reportage nella NBC del 1967 è in questo senso emblematico, del ruolo che il Grande Paese ha avuto nell’appoggiare molti dei regimi militari e anticomunisti nel sud del mondo.

Il viaggio di Adi alla ricerca dei colpevoli si scontra inevitabilmente con il rifiuto, il rigetto, la sconfessione personale, sdegnata. Ma in difetto di una rilettura autorevole e collettiva del proprio passato, la risposta non avrebbe potuto essere diversa. Emblematico è il confronto finale con la famiglia di uno dei due assassini di Rumli a Snake River.

Quando i figli e la moglie respingono ogni addebito ed affermano incredibilmente di non sapere nulla, Oppenheimer non può più restare in silenzio ed interviene in prima persona, mostrando le immagini del padre, riprese solo qualche anno prima, che si vanta dei suoi crimini, proprio davanti alla sua famiglia: la menzogna è esposta, brucia nella sua amarezza.

Non ci sono più i momenti surreali di The act of killing, non ci sono i balletti e le coreografie del massacro. Prevale la logica della testimonianza, del racconto.

Naturalmente, per chi ha visto il film precedente, l’impatto emotivo è meno sconvolgente.

In ogni caso si tratta complessivamente di un’opera epocale, politica nel senso più vero del termine, che segna profondamente non solo il cinema del nuovo millennio ma la storia e la coscienza di un intero paese.

L’unico capolavoro di Venezia 71.

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