Synecdoche, New York

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Synecdoche, New York ***1/2

Sono passati sei anni da quando il primo – e sinora unico – film di Charlie Kaufman, brillante sceneggiatore per Jonze e Gondry, ha debuttato nel concorso ufficiale del Festival di Cannes.

La distribuzione italiana ce lo regala solo ora, in questa estate distratta, sfruttando l’emozione commossa per la scomparsa di Philip Seymour Hoffman. Ed è un evento da non perdere per nessun motivo.

Synecdoche, New York assomiglia alle scale di Escher: contraddittorie, impossibili, illusorie, eppure bellissime.

Kaufman costruisce un racconto enorme, stratificato, ricchissimo, eppure fondamentalmente semplice. Guarda a Pirandello ed ai suoi Giganti, almeno quanto a Fellini ed a tutti coloro che dopo di lui si sono cimentati nel racconto dell’ossessione per la creazione artistica.

Il suo protagonista è Caden Cotard, un regista teatrale di Schenectady, un piccolo centro fuori New York. Sta lavorando all’allestimento di una nuova versione di Morte di un commesso viaggiatore di Miller e l’ansia della prima è, come sempre, irresistibile.

Caden ha una moglie artista, Adele, che dipinge ritratti alla Bacon grandi quanto un francobollo, ed una figlia piccola, Olive, a cui sembra molto affezionato.

La sera della prima, la moglie lo abbandona con la scusa di un’ipocrita pausa di riflessione, per trasferirsi a Berlino assieme alla bambina e ad una sua amica.

Per Caden è il principio della catastrofe personale e l’inizio di un’ossessione artistica che non lo abbandonerà più.

Vinto un prestigioso premio che gli consente la massima libertà artistica ed economica, decide di mettere in scena la sua stessa vita, ricostruendola in un enorme teatro di posa, ricavato da uno spazio industriale gigantesco. Si innamorerà della sua attrice, Claire, rifiutando l’affetto della sua assistente, Hazel.

Finirà per fare le pulizie nella casa che la prima moglie ha affittato a New York, senza mai davvero riuscire a ricucire un rapporto lacerato.

Nel frattempo, nel grande teatro di posa, il gioco della realtà e della finzione si dissolve in un flusso di suggestioni che mutano i confini tra arte e vita.

Il film di Kaufman è limpido e commovente, smisurato e audace, come pochi film americani visti di recente.

Eppure, nonostante il sostegno di voci autorevoli ed illuminate, come quella del sempre più compianto Roger Ebert, non è riuscito a trovare il suo pubblico, nè in sala nè dopo.

Scoprirlo ora, a distanza di un lustro dall’uscita in sala, è sin troppo semplice, perchè la storia ha fatto il suo corso, le opinioni si sono sedimentate e quello che resta è davvero un capolavoro misconosciuto.

Che la scomparsa prematura del protagonista, l’immenso Philip Seymour Hoffman, rende ancora più struggente e necessario.

Nei panni di Caden, Hoffman è titanico ed enigmatico, quanto in The Master. Il film ne segue la discesa nella follia e lo asseconda nel suo desiderio impossibile di farsi demiurgo e dio di una realtà più grande dello stesso mondo.

Dietro di lui scorgiamo inevitabilmente lo stesso Kaufman, capace di mettere in scena il suo sogno più ambizioso.

Senza più la mediazione di Jonze o Gondry, l’autore spinge il suo pessimismo sino alle estreme conseguenze. Il racconto di un titanico fallimento nasce da un progetto completamente illusorio: “L’idea è di fare un’imponente opera teatrale. Onesta, senza compromessi. Non so ancora cos’è o come farla. Si rivelerà da sola”.

Kaufman costringe il suo alter ego ad un cupio dissolvi, proprio nel momento in cui il successo professionale ed artistico tanto agognato finisce per soppiantare gli affetti familiari e l’infelicità sentimentale.

Film di morte e sulla morte, Synecdoche New York si nutre dell’idiosincrasia, delle delusioni, degli abbandoni del suo protagonista, delle sue velleità di regista e della sua inadeguatezza di artista.

Il cast femminile è indovinato e sorprendente, da Catherine Keener a Michelle Williams, da Jennifer Jason Leigh a Emily Watson, da Dianne Wiest sino alla straordinaria Samantha Morton, che Spielberg scoprì con il suo Minority Report, e che non ha avuto sinora il giusto riconoscimento per il suo sconfinato talento.

Anche qui, nei panni di Hazel, cassiera prima e poi assistente di Caden, è capace di una gamma espressiva mirabile che neppure il trucco pesante dell’ultima parte del film, riesce a sminuire.

Non tutto naturalmente funziona alla perfezione, nella seconda parte il film si fa oscuro e si avvolge su se stesso, ma è la spirale che Caden ha disegnato per sè e per la sua opera.

E’ la vita stessa dell’autore che si fa rappresentazione, storia, racconto, sia pure spesso nella forma del frammento, del ricordo incompleto, dell’emozione estemporanea.

Il film di Kaufman è surreale, spiazzante, incapace di fornire risposte univoche, irriducibile ad una sola visione. Ma è proprio questo che lo rende unico.

Perfetto esempio di quel cinema che ci spinge a riflettere e non a subire e che noi di Stanze di Cinema continuiamo a ricercare.

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