Cannes 2014. The Captive

the_captiveThe Captive *1/2

Dopo Il dolce domani e Devil’s knot, Atom Egoyan torna ancora a parlare di bambini perduti e parenti sconvolti dal dolore. Ma la sua ideale trilogia, termina con una nota stonata.

The captive racconta l’odissea di una famiglia a cui viene rapita una bambina di quasi dieci anni. Una coppia di detective, Nicole e Jeffrey, che fanno parte di una squadra speciale, che si occupa di abusi sui minori, sono assegnati al caso, ma le indagini non vanno avanti.

Anzi e’  il padre a finire piu’ volte nel mirino di Jeffrey, che mette in dubbio una sparizione in cui non vi sono altri testimoni.

Cosi’ come ne Il dolce domani, siamo di fronte ad un paesaggio innevato, piu’ ottuso dal candore che limpido, nelle cui case sono segreti e controllo a farla da padroni.

Nel frattempo la piccola Cassandra vive da otto anni in un seminterrato, costretta da un mellifluo carceriere a fare da esca per altri bambini online.

Il cerchio di pedofili e sfruttatori si allarga e controlla le sue vittime anche grazie ad internet ed alla tecnologia. Ma non c’e’ mai davvero orrore o emozione nel film di Egoyan. I crimini odiosi sui bambini finiscono solo per essere uno strumento narrativo, come qualsiasi altro.

Il film procede avanti e indietro nel tempo, senza un ordine preciso, cercando nel montaggio di nobilitare un soggetto in realta’ assai banale e risaputo.

The captive abusa poi della musica di Mychael Danna, che interviene piu’ volte del tutto a sproposito con tonitruante intensita’ drammatica, ottenendo invece l’effetto opposto.

Gli attori non brillano particolarmente, anche perche’ la struttura a puzzle non consente di delineare per ciascuno di essi un vero arco narrativo.

Peraltro le differenze fisiche e di trucco sono minime nel corso della storia, contribuendo a mentenere un alone di incertezza e sospensione, che alla lunga nuoce al film.

Egoyan sembra aver perso il filo del discorso e nonostante le discrete premesse, non riesce a condurre il gioco se non appoggiandosi al racconto di genere, di stampo televisivo, in cui tutti gli elementi trovano la piu’ semplice delle giustificazioni, con buoni e cattivi nettamente distinti, polizia impotente e miope e l’uomo della strada costretto a fare da se’.

Peccato, perche’ The Captive avrebbe potuto essere una riflessione inquietante sul tempo e sul dolore, sulle forme di cattivita’ delle vittime e dei carnefici: si risolve invece in un thriller scontanto con un happy ending mai cosi’ consolatorio.

E’ forse il punto piu’ basso della carriera di Egoyan, che sembra non riuscire piu’ a ritrovare la voce del suo cinema, soffocato da inutili manierismi e mestiere.

Inadatto ad un concorso prestigioso come quello del Festival di Cannes.

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