Lo Hobbit – La desolazione di Smaug

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Lo Hobbit – La desolazione di Smaug *1/2

La desolazione purtroppo è tutta nostra, alla fine di questo secondo capitolo della nuova trilogia di Peter Jackson, nel constatare quanto tempo e quanti mezzi, il regista neozelandese stia sprecando, per raccontare la storiella di Bilbo Baggins e dei nani alla riconquista della propria Terra.

Il prologo confonde le acque ed invece di riprendere la corsa da dove l’aveva interrotta l’ultima volta, con un flashback, chiarisce che l’impulso alla riconquista di Erebor è venuto proprio da Gandalf e non da Thorin.

Stacco ed eccoci di nuovo in viaggio con la compagnia dei nani che cercano di sfuggire all’attacco degli orchi. Si rifugiano dal mutapelle Beorn e quindi decidono di attraversare il bosco Atro dove vivono gli Elfi. Nel frattempo Gandalf è richiamato a Dol Guldur ad indagare sulla vera natura del Negromante.

I 13 nani con Bilbo vengono attaccati da ragni giganteschi e salvati solo momentaneamente dagli elfi, guidati da Legolas e Tauriel, un elfo donna.

Imprigionati dal re Thranduil, riescono a scappare grazie all’invisibilità che l’anello garantisce a Bilbo.

Rincorsi dagli Orchi e dagli Elfi, i nani fuggono a precipizio lungo un fiume grazie a delle botti provvidenziali ed incontrano un uomo, un contrabbandiere chiamato Bard, che accetta di condurli a Pontelagolungo, alle porte della montagna dove vive il drago Smaug che protegge l’arkengemma nella fortezza di Erebor.

Jackson è come al solito prolisso, magniloquente, serioso. Non c’è nulla in questo Lo Hobbit della leggerezza della favola per bambini: persino gli alleggerimenti comici del primo capitolo, qui sono banditi, in favore della solita cupezza. Il signore delle tenebre sta tornando e con lui anche la notte infinita jacksoniana.

Gli unici momenti significativi del film sono quelli con l’elfo Tauriel, personaggio inventato da Jackson, ma vivo, vitale, interessante nel suo trovarsi a metà tra mondi diversi.

Il racconto è lungo e faticoso e quando finalmente entra nel vivo, il film termina bruscamente, dopo la battuta più significativa di Bilbo:”che cosa abbiamo fatto?”.

Ecco, è proprio questo il punto. Che cosa abbiamo fatto per meritarci altre tre ore di avventure, che non portano da nessuna parte se non al prossimo episodio?

La furbizia smaliziata dei prodotti hollywoodiani ha ormai raggiunto e superato quella delle soap brasiliane della nostra infanzia. Gli episodi si chiudono sempre su un climax narrativo ed emotivo, lasciando contemporaneamente la bocca amara ed il desiderio di sapere come andrà a finire.

La serializzazione del blockbuster è ormai compiuta, con forme talmente spudorate da risultare insultanti per qualsiasi spettatore non addomesticato.

Se persino un regista illuminato e personale come Peter Jackson vi ricorre senza sensi di colpa, è giunto il momento di respingere al mittente questo modo subdolo e vigliacco di fare intrattenimento. Questo non è più cinema.

E’ un imbroglio. Non cascateci.

Smaug 10

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6 pensieri riguardo “Lo Hobbit – La desolazione di Smaug”

  1. Non solo è un imbroglio è pure peggio: è uno stravolgimento assurdo e ingiudtificato del libro, che potrà pure essere- come in effetti è- un libro per bambini, ma che è pur sdempre frutto dell’inventiva (e della fatica) di un altro (non di Jackson per intenderci) e che come tale va rispettato.
    Purtroppo però è vero: questo è ormai Holliwood… il che non vuol dire che dobbiamo accettarlo passivamente, al contrario è proprio ora di dire basta.

  2. Sinceramente non comprendo tutto questo accanimento nei confronti di Peter Jackson. Sono un, ormai vecchio estimatore dei libri e delle saghe tolkeniane e quando ero ragazzo sognavo invano di poter vedere realizzato a cinema il capolavoro di J.R.R. Tolkien; come potersi figurare il Balrog? Che faccia avrebbe potuto mai avere Frodo? e Gollum? E Sauron? Peter Jackson ha realizzato i miei sogni di ragazzo. Proprio in questi giorni sto rivedendo e rileggendo i racconti dello scrittore inglese e sono rapito dalle ambientazioni di Jackson e, si, anche dalle sue novità e rivisitazioni. Essere regista significa interpretare soprattutto. Se Jackson si fosse limitato a copiare l’opera di Tolkien ne sarebbe venuto fuori un film orrendo e improponibile e lui sarebbe stato non più di un semplice tecnico del cinema. Riguardo poi i sistemi di Hollywood, certo, sono operazioni commerciali; e come non dovrebbero esserlo? Daltronde le sale erano piene e la gente poco si preoccupava di essere stata “imbrogliata” come qualcuno di voi ha detto. Creare aspettativa nel pubblico non necessariamente deve essere interpretato come un imbroglio. Almeno, per quanto mi riguarda, non ritengo di essere stato imbrogliato in alcun modo.

E tu, cosa ne pensi?

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