Cannes 2013. Blood Ties

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Blood Ties **

Debutto americano per Guillame Canet, attore e regista, noto in Italia solo per il suo ultimo Piccole bugie tra amici, uscito con due anni di ritardo, sull’onda del successo di Quasi amici.

Blood Ties e’ il remake di Les liens du sang, un film francese di Jacques Maillot del 2008, di cui Canet era protagonista assieme a Francois Cluzet.

Sull’onda del successo di nicchia di quel film oltreoceano, Canet e’ stato spinto a produrne il remake. Per la sceneggiatura si e’ affidato a James Gray, che ha prestato il suo talento drammatico ad una storia tragica di due fratelli, da sempre sul lato opposto della legge.

Siamo a New York nel 1974. Chris e’ il fratello maggiore: una vita tra riformatorio e carcere. Frank e’ il minore, poliziotto a New York nella squadra antirapina.

Quando Chris esce di prigione dopo molti anni ad accoglierlo sono proprio il riluttante Frank e la sorella Marie. Il padre Leon e’ in ospedale: gli e’ appena stato asportato un polmone.

Chris cerca di restare sulla retta via. Grazie a Frank trova un lavoro in un officina e vive a casa del fratello. Assieme all’amico Mike cerca di ottenere la licenza per un chiosco, ma la commissione comunale, intimorita dalle lettere anonime e dalla cattiva fama dei due, nega il consenso.

Nel frattempo Frank riallaccia i rapporti con Natalie, la sua storica fidanzata, abbandonata molti anni prima, per timore del pregiudizio. Natalie vive assieme alla figlia, con un criminale soprannominato Scarfo, che proprio Frank cerca di arrestare.

Anche per Chris, una volta sposato con la prostituta Monica, e’ tempo di nuove relazioni. All’officina conosce la giovane contabile Natalie.

Ma il crimine ed i soldi facili finiranno per travolgere nuovamente la vita di Chris – ed anche quella di Frank – in un vortice senza via d’uscita.

Il racconto di Canet e Gray e’ un lungo viaggio corale, che assomiglia curiosamente a I padroni della notte.

Il film segue dinamiche prevedibili, costruendo un perenne conflitto tra i due fratelli, uniti in ogni caso dal legame di sangue indissolubile di una famiglia unita anche nell’assenza di una figura materna.

Il senso di colpa segna la vita di Frank, mentre Chris cerca di sopravvivere ad un destino segnato.

Per raccontare un affresco potente, mosso da sentimenti ancestrali pero’ ci sarebbe voluto un regista di altro spessore, rispetto al diligente Canet, che li limita ad impaginare la sceneggiatura di Gray, restando sempre sui suoi attori e riempiendo il film di musiche dell’epoca, quasi che bastassero i Cream a fare un film di Scorsese.

Non c’e’ mai un’idea di messa in scena, mai un’inquadratura originale, mai un punto di vista soggettivo e spiazzante. Non solo, ma non c’e’ neppure un’idea di cinema che giustifichi la ripresa di un genere gia’ molto sfruttato… Tutto procede con il pilota automatico, anche grazie al montaggio scolastico dell’altrimenti prezioso Herve de Luze e della fotografia di Christophe Offenstein.

Peccato perche’ il cast e’ indovinato, gli attori sono tutti inediti per i loro ruoli ed evidentemente hanno compreso perfettamente il senso profondo della storia scritta da James Gray, molto piu’ del modesto Canet.

Nelle mani di un regista vero sarebbe stato un melo’ a tinte forti e con la la statura tragica del grande romanzo criminale.

Cosi’ e’ solo buon intrattenimento.

Ci sarebbe poi da capire perche’ l’originale del 2008 dura solo cento minuti ed il remake due ore e mezza, anche se Canet ha dichiarato di aver ristretto il novero dei personaggi, per concentrarsi sulla storia dei due fratelli: come spesso succede si punta all’epica e si finisce per perdere il ritmo del racconto?

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