Nella casa

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Nella casa **1/2

Autore francese tra i più acclamati, ma discontinuo nei suoi esiti, Francois Ozon questa volta riparte da una pièce teatrale che esalta la forza del racconto ed al contempo la sua ambiguità, in una sorta di seducente messa in scena dei trucchi e delle trappole che ogni narratore dovrebbe saper usare.

Il pedinamento della realtà zavattiniana si unisce a suggestioni hitchockiane, la rottura dell’unità familiare borghese richiama esplicitamente Pasolini, mentre Ozon si prende gioco dell’arte contemporanea e di qualche classico intoccabile.

In un curioso meccanismo metanarrativo il protagonisti ragionano sul film stesso, sulla plausibilità dei suoi colpi di scena e su come mantenere alto l’interesse del lettore, creando per ogni personaggio un ruolo significativo e non da comparsa.

Nella casa nasce da una commedia spagnola, Il ragazzo dell’ultimo banco di Juan Mayorga: al centro c’è il legame che si instaura tra il professor Germain, che insegna lettere in un liceo francese, ed uno dei suoi allievi, Claude Garcia.

Il ragazzo è l’unico che sembra possedere un qualche talento narrativo, ma lo utilizza per raccontare nei suoi temi la fascinazione che esercita su di lui la famiglia borghese di un suo compagno, Rapha Artole.

Con la scusa di aiutare l’amico a risolvere i problemi di matematica, Claude si insinua nella sua vita e spia gli Artole nel loro menage familiare: il padre ansioso e insoddisfatto del suo lavoro che cerca l’occasione di emanciparsi attraverso un affare con un fornitore cinese; la madre annoiata casalinga che ha abbandonato presto gli studi di decorazione e design, ma che non pensa ad altro che a sistemare una casa già perfetta.

Claude sfrutta le debolezze degli Artole per scardinare la loro vita, un po’ alla volta.

Ma il film non sarebbe tanto interessante se si limitasse a questa storia che assomigli al teorema pasoliniano.

In realtà Ozon gioca su altri due tavoli: il primo è quello del rapporto sempre più stretto che si instaura tra Claude ed il Prof. Germain che vede nell’allievo il talento che non ha mai posseduto e lo spinge a continuare il racconto sugli Artole, cominciato quasi per caso in un tema in classe, con nuove pagine quotidiane che aggiornano una storia che si svolge anche sotto i nostri occhi.

L’insegnante corregge gli errori di Claude, lo istruisce sulle tecniche narrative, gli regala dei libri per metterlo sulla strada giusta e discute con lui gli sviluppi del racconto, che rimane sembra sospeso tra realtà e rappresentazione.

A questo si sovrappone un altro piano ancora ed è quello che coinvolge il Prof. Germain e la moglie, gallerista d’arte in crisi con le due gemelle che hanno ereditato la proprietà e che nulla sembrano comprendere del suo lavoro.

Il marito le fa leggere i racconti di Claude e la coinvolge in questo gioco voyeristico, che finisce per minare la solidità del loro rapporto.

Nella casa gioca sapientemente le sue carte, mantenendo un invidiabile equilibrio fra i tre ambienti narrativi per tutta la prima parte.

E’ nel terzo atto che il film di Ozon si fa più oscuro e farraginoso, con troppi inutili colpi di scena ed una ricerca del finale ad effetto che lascia insoddisfatti, prima della chiusura, questa sì fortissima, nella quale i due protagonisti, illusi ed abbandonati alla propria solitudine, si ritrovano ad immaginare ancora un’altra storia, pedinando la realtà che si mostra davanti ai loro occhi.

Bravissimo il giovane Ernst Umhauer, ma non sono da meno Fabrice Luchini nei panni del professore e Kristin Scott Thomas in quelli della moglie.

Più stereotipati gli apporti di Emmanuelle Seigner e Denis Ménochet, nel ruolo degli Artole.

Nella casa è una riflessione sul tema della creazioen artistica, sul valore del racconto e sul modo in cui la fantasia e la realtà finiscono inevitabilmente per coesistere pericolosamente.

Ozon guida con mano felice una commedia intelligente, di grande ritmo e mai banale.

Premio FIPRESCI al Festival di Toronto.

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