Mereghetti su Lincoln di Spielberg

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La consueta recensione di Paolo Mereghetti sul Corriere è dedicata questa settimana a Lincoln, il nuovo film di Steven Spielberg.

Mereghetti comincia il suo articolo con un accostamento piuttosto curioso:

Probabilmente Spielberg non conosce i film di Straub e sicuramente Straub non ama i film di Spielberg, eppure questo Lincoln fa immaginare un possibile «ponte» tra questi due registi lontanissimi (e per molti versi antitetici). Perché per la prima volta nella carriera del regista hollywoodiano il visivo cede il passo al parlato e il film riconosce alla forza del dialogo una priorità che sarebbe difficile trovare negli altri suoi film.

[…]  il film di Spielberg non è «su» Lincoln ma su «come» Lincoln sapeva esercitare il potere. Per questo sceglie un momento preciso della sua storia, la lotta nel gennaio del 1865 per far approvare il tredicesimo emendamento alla Costituzione, quello che abolisce la schiavitù, e che nel progetto del Presidente diventa più importante addirittura della pace con gli Stati della Confederazione, dopo quattro anni di crudelissima guerra civile. Non è una scelta da poco: sposta completamente l’asse del film e il punto di osservazione del regista ma anche quello dello spettatore che si trova così «costretto» a fare i conti non solo o non tanto con una storia ma piuttosto con un’idea di cinema e soprattutto di politica.

Che cosa ci vuol dire Spielberg con questo Lincoln? Per esempio che l’orizzonte della vera politica non dev’essere quello degli equilibri quotidiani a cui sembrano costringerti i rapporti di forze esistenti, ma piuttosto quello di una vera rivoluzione.

[…] Così come ci dice che per cambiare radicalmente il corso politico di una nazione – la «rivoluzione» cui accennavo prima – si può ricorrere a strumenti non sempre immacolati, ma ci dice anche che, contrariamente a quello che ci racconta Tarantino, non è con le armi di un Django senza catene che si sconfiggono i razzisti ma con le leggi e le parole.

[…] Lincoln mette in campo la sua capacità di parlare, affidando alla parola il compito di spiegare, rintuzzare, galvanizzare, lenire, aiutare…

Non è certo la prima volta che il cinema americano sceglie la parola come motore dell’azione (basta pensare ai capolavori di Mankiewicz) ma mai come in questo film essa è privata delle sue qualità più «spettacolari» – la retorica, la dialettica, la lusinga – per mettersi totalmente e completamente al servizio del potere. La parola come grimaldello ma anche come spia: per conquistare il potere e insieme per raccontarcelo.

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Ma non si può parlare di Lincoln, senza nominare il suo straordinario interprete:

A questa costruzione (che potrà stupire qualcuno, troppo abituato allo Spielberg hollywoodian-spettacolare) offre tutta la sua grandezza Daniel Day-Lewis, disposto a «sacrificare» il suo statuto di star per piegarsi a una regia che spesso lo inquadra in controluce, in campo lungo, riducendolo a una silhouette, a una «pura» forma. Perde lo spessore del personaggio per assumere l’astrattezza della funzione, per piegare la propria «vanità» di artista al servizio del senso profondo del film. Avviandosi così trionfalmente a essere l’unico attore premiato tre volte con l’Oscar per la miglior interpretazione.

Tre stellette e mezza.

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