Il cavaliere oscuro – Il ritorno / The Dark Knight Rises

Il cavaliere oscuro – Il ritorno / The Dark Knight Rises **1/2

Non vedo questo film come un’opera politica, sono gli altri che lo fanno.  Io e mio fratello Jonathan scriviamo le nostre storie per intrattenere il pubblico. Costruiamo il nostro villain in base a come il mondo vede i cattivi di oggi. La nostra storia, semplicemente somiglia alla realtà.

Christopher Nolan, 2012

Nessuno dei giovani registi che hanno mosso i primi passi a cavallo tra i due secoli ha avuto il successo travolgente e la fortuna critica di Christopher Nolan.

Passato in brevissimo tempo dal piccolo noir d’autore (Memento) al poliziesco con grandi attori (Insomnia), quindi al reboot di un personaggio un po’ appannato (Batman Begins), al suo capolavoro sul doppio e la sfida (The prestige), ed infine all’epocale Il cavaliere oscuro ed all’ancor più gigantesco ed ambizioso viaggio nei sogni e nella mente con Leonardo Di Caprio (Inception), Nolan si è imposto come uno dei grandi registi popolari di quest’inizio millennio. Una sorta di Steven Spielberg inglese, privo del complesso di Peter Pan.

Già con Inception però la critica ha iniziato a chiedersi se l’ambizione smisurata e la complessità delle sue trame non nascondessero, in qualche caso, semplicità di stile, ambiguità tematica e soluzioni narrative più tradizionali di quanto sembrasse a prima vista.

David Bordwell, uno dei più noti studiosi di storia del cinema americano, ha scritto sovente in difesa dei film di Nolan, ma ultimamente si è chiesto in quali campi si potesse considerare innovativo, e quindi meritevole d’attenzione, il lavoro dell’autore de Il cavaliere oscuro – Il ritorno.

Individuati quattro fondamentali elementi di valutazione (il soggetto, i temi, lo stile visivo e le strategie formali) è facile comprendere come Nolan non sia un innovatore, in quasi nessuno di questi.

Non nello stile, fatto sostanzialmente di riprese lineari e fast cutting piuttosto tradizionale, senza mai indugiare in carrelli, piani sequenza, punti di vista originali o insoliti.

Non nei soggetti: i suoi film sono quasi sempre thriller, neo-noir, cine-comics, essenzialmente i generi di riferimento degli ultimi 20 anni di cinema americano. Persino nella sua opera più personale ed ambiziosa – Inception – i diversi livelli del sogno sono sempre declinati nelle forme più tradizionali del thriller, manifestando una preoccupante assenza di fantasia.

Più articolato il discorso sui temi e le strategie formali. Al centro dell’interesse di Nolan c’è la ricerca d’identità dei suoi protagonisti – evidente in quasi tutti i suoi film – a cui si affiancano i motivi romantici della perdita della donna amata e del destino di solitudine e incomprensione dei suoi antieroi, in cerca di una vendetta impossibile.

Si tratta però anche in questo caso di elementi psicologici tipici ed ampiamente diffusi nell’ultimo ventennio.

Dove invece Nolan eccelle è nel mettere in scena strategie di narrazione inusuali e formalmente impeccabili, sin dal viaggio a ritorso di Memento, passando per le anticipazioni ed i trucchi di The prestige, per finire nei quattro livelli di sogno dentro il sogno di Inception.

La sua abilità, soprattutto come sceneggiatore, gli consente di organizzare percorsi narrativi per i suoi personaggi, gestendo la complessità orizzontale dei suoi racconti senza che lo spettatore perda il filo del discorso.

Ovviamente il montaggio veloce, che tende a far prevalere un unico punto di vista neutro ed oggettivo, mal si concilia con queste strategie narrative che favoriscono invece l’ambiguità e la soggettività della visione: per questo motivo queste ultime sono più evidenti in alcune sue opere e molto meno nella trilogia del Cavaliere oscuro ed in Insomnia.

Almeno per questi film più mainstream, dovremmo forse considerare Nolan un regista midcult? Cioè un regista che “finge di rispettare i modelli dell’Alta Cultura mentre in effetti li annacqua e li volgarizza“? 1

Questo ultimo Il cavaliere oscuro – Il ritorno sembra perfetto per dare corpo ai dubbi dei detrattori.

E’ l’episodio finale di una trilogia che Nolan ha forse cominciato su commissione della Warner e che ha fatto propria, arricchendola con le sue ossessioni, i suoi attori, le sue sottotrame ed il suo gigantismo.

Il cavaliere oscuro aveva però una precisione narrativa invidiabile, due straordinari antagonisti come Harvey Dent e il Joker ed un sacrificio d’amore che univa la dimensione privata a quella pubblica, facendone un racconto capace di incarnare paure attualissime e terrificanti.

Ribaltando la famosa critica di Eco all’ottusità di Superman, dedito esclusivamente a reprime gli attentati alla proprietà privata, come un qualsiasi poliziotto di quartiere, nonostante gli enormi poteri, Nolan ha sempre fatto risuonare echi del mondo reale nell’universo di Gotham City. 2

Anche qui ci sono richiami evidenti alla devastante crisi economica ed al movimento Occupy Wall Street, anche se Nolan è sufficientemente ambiguo da lasciare ampi margini per molte diverse interpretazioni, da quelle più conservatrici e restauratrici, a quelle più platealmente rivoluzionarie.

Ci sono richiami evidenti al Dickens di Racconto di due città, che Jonathan Nolan, co-sceneggiatore del film, ha voluto inserire, per rafforzare le immagini della rivolta dei diseredati delle fogne ed il loro attacco alla Gotham ricca e borghese, che pensa di aver eliminato il crimine con una legislazione forse troppo superficiale ed affrettata.

Il film comincia otto anni dopo la morte di Harvey Dent/Due facce. Batman, d’accordo con il commissario Gordon, si è preso la colpa di quella morte, causata dalle macchinazioni di Joker e sulla scorta della commozione e della spirale di violenza di allora, è stata approvata una legge durissima, che ha strocato il crimine organizzato.

Le prigioni sono piene, Batman è sparito da un pezzo e tutto sembra procedere tranquillamente, quando si manifesta la minaccia di un legionario mascherato e crudele, che dopo aver sequestrato uno scienziato nucleare, posto sotto tutela della CIA, si è rintanato nelle fogne di Gotham, assieme ad un’accolita di disperati.

Bane è forse l’ultimo dicendente della Setta delle Ombre, guidata da Ra’s al Ghul, che aveva messo a ferro e fuoco Gotham nel primo episodio.

E’ tempo per Bruce Wayne di rimettersi la maschera. Il maggiordomo Alfred cerca di dissuaderlo, ma la sfida è lanciata ed avrà conseguenze nefaste.

La polizia viene attirata in un tranello e rimane imprigionata nei canali della metropolitana, Gotham-Manhattan viene isolata in un’azione spettacolare guidata da Bane, che si impadronisce anche di un’arma atomica, che i laboratori della Wayne Enterprises stavano mettendo a punto per produrre energia eco-sostenibile.

In un corpo a corpo che sembra definitivo, Bane spezza la schiena a Batman e lo confina in una prigione a forma di pozzo, da cui solo un ‘innocente’ è riuscito a fuggire. La prigione richiama chiaramente la grotta in cui cade il piccolo Bruce in Batman Begins e con grande pazienza Nolan finisce per riannodare la storia di questo terzo episodio a quelle dei due precedenti, creando un racconto che certo lascia affascinati per la ricchezza drammaturgica e la precisione narrativa, estranea a quasi tutte le altre serie moderne.

Come in un grande romanzo ottocentesco, il Terrore si impadronisce di Gotham. Bane attacca la Borsa, manda in rovina Wayne con un inganno sui derivati, si impossessa dell’atomica e minaccia di farla esplodere, mentre il dott. Crane/lo Spaventapasseri presiede una sorta di Tribunale del Popolo da cui si esce con due sole alternative, la condanna a morte o l’esilio attraverso le acque ghiacciate dell’Hudson.

Le uniche speranze per Gotham risiedono nel giovane poliziotto John Blake, pupillo di Gordon – costretto in un letto d’ospedale per gran parte del film – nell’ambigua ladra Selina Kyle e nella potente Miranda Tate, che guida ora la Wayne Enterprises, in assenza di Bruce.

Nolan tesse la sua enorme tela con maestria indubbia ed almeno nella prima metà il film è certamente riuscito, minaccioso e inquietante.

La costruzione narrativa procede per alternanza di quadri e personaggi, passando con disinvoltura da Wayne a Selina, da Gordon a John Blake, da Bane al consiglio della Wayne Enterprises.

Non mancano le sequenze memorabili, quasi tutte orchestrate attorno alle imprese di Bane, a partire dall’incipit con l’attacco aereo, passando per lo spettacolare assedio della Borsa ed infine con la serie di attentati esplosivi che mettono in ginocchio Gotham e la isolano dal resto del mondo.

Nella seconda parte invece il film diventa più prevedibile ed accusa la mancanza di un antagonista meno evanescente di Bane.

Costretto dietro una maschera che gli oscura ogni espressività, Tom Hardy fa quel che può e mostra i muscoli, ma non è mai una presenza davvero inquietante o memorabile. L’origine della sua rabbia è sociale o personale? Il film mantiene l’ambiguità sino all’ultimo, ma priva così il personaggio di reali motivazioni.

Peccato sprecare il talento di Hardy, per un ruolo che alla fine si rivela piuttosto meccanico e marginale, persino nella sua sbrigativa uscita di scena. Chi ha visto la sua interpretazione in Bronson sa che Hardy è un attore sopraffino e dalla fisicità letteralmente esplosiva: qui sembra una caricatura di se stesso.

L’altro villain su cui manterreno il riserbo più assoluto, si rivela solo in extremis, con un cambio di prospettiva tanto repentino quanto debole: una scelta da sceneggiatori di quart’ordine, che non fa onore ai fratelli Nolan ed a Goyer.

E’ allora Anne Hathaway/Selina Kyle – che nessuno chiama Catwoman – a rubare la scena a tutti, grazie ad un ruolo lontano da quello di Michelle Pfeiffer nel film di Burton e dalle successive incarnazioni. La sua ladra è combattuta, gioca per entrambi gli schieramenti e per se stessa e sarà un’arma preziosa per Batman.

Nolan le serve le battute migliori del film ed un costume in latex che ne esalta le forme.

Selina è il controcanto della rivolta. Di umili origini, con una fedina penale che le impedisce una seconda possibilità, fiuta la tempesta in arrivo su Gotham e mette in guardia Wayne, ma non sembra trovarsi a suo agio neppure nel regime giacobino instaurato da Bane.

Accanto a lei, l’unica altra piacevole novità del film è il poliziotto Joseph Gordon Levitt/John Blake, che in un film policentrico e corale, nel quale i personaggi non sono mai quello che pretendono di essere, finisce spesso per diventare il punto di riferimento per lo spettatore.

Persino la scelta dell’ordigno atomico come minaccia finale di Gotham suona decisamente posticcia e risaputa.

Un po’ come nel primo episodio, Batman/Bruce Wayne deve allora fare i conti con se stesso, con le proprie paure e con il ruolo che si è scelto. Dovrà imparare a convivere con i propri fantasmi, per risalire verso lo luce.

Tutto il film è attraversato da questa tensione all’ascesa: che sia sociale, fisica, ideologica, la figura retorica chiave di questo film è lo sguardo verso l’alto di chi si trova costretto nelle viscere della terra o ai margini della società.

La verticalità de Il cavaliere oscuro – Il ritorno è una novità evidente che dona al film una forza notevole, come detto, almeno nella prima metà. L’abisso che Nolan spalanca sotto ai suoi personaggi è colmo di umori contemporanei.

Il fascino di questo Il cavaliere oscuro – Il ritorno, ed ancor di più del suo predecessore,  risiede anche in questa capacità di far risuonare corde riconoscibili da tutti.

Certo qui Nolan non inventa nulla di nuovo, si attiene al compito – non facile, in ogni caso – di chiudere dignitosamente la sua trilogia, lasciando la porta aperta al futuro, senza troppo coraggio.

Chi si aspettava di ritrovare la meravigliosa ed imprevedibile follia del Joker di Heath Ledger rimarrà forse deluso dalla struttura più prevedibile di questo ritorno.

La magia de Il cavaliere oscuro nasceva da una sapiente e miracolosa convivenza tra la sua sceneggiatura di ferro e l’irragiungibile esilarante malinconia dell’interpretazione di Ledger, che trasportava il film verso territori inesplorati e irrazionali, che neppure Nolan aveva forse previsto: sfuggito in qualche modo dal suo controllo, il film aveva cominciato a riflettere una luce tutta sua.

Quella magia qui purtroppo manca e nonostante la professionalità di interpreti ed autori, sembrano venire a galla tutti i limiti di un regista che ha forse bruciato troppo velocemente le tappe del successo.

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1. Dwight Macdonald – Masscult e Midcult, e/o, 1997, già in Controamerica, Rizzoli, 1969

2. Umberto Eco – Il mito di Superman in Apocalittici e integrati, Bompiani, 1964

Dalla soluzione dei problemi della fame, al dissodamento di aree inabitabili, dalla distruzione di sistemi inumani  (leggiamo pure Superman nello “spirito di Dallas”: perché  non va a liberare seicento milioni di cinesi dal giogo di Mao?), Superman potrebbe esercitare il bene a livello cosmico, galattico, e fornircene nel contempo una definizione che, attraverso l’amplificazione fantastica, chiarificasse comunque precise linee etiche.

Invece Superman svolge la sua. attività a livello della piccola comunità in cui. vive (Smallville nella fanciullezza. Metropolis da adulto) e – come accadeva al villico medievale, cui poteva accadere di conoscere la Terrasanta ma non la comunità, chiusa e separata, che fioriva a cinquanta chilometri dal suo centro di vita – se pure affronta con disinvoltura viaggi in altre galassie, ignora praticamente, non dico la dimensione “mondo”, ma la dimensione “Stati Uniti”. Nell’ambito della sua little town il male, l’unico male da combattere, gli si configura sotto specie di aderenti all’underworld, al mondo sotterraneo della, malavita, di preferenza occupato non a contrabbandare stupefacenti ne – è evidente – a corrompere amministratori o uomini politici, ma a svaligiare banche e furgoni postali. In altri termini, l’unica forma visibile che assume il male è l’attentato alla proprietà privata.

 

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