Tabloid

Tabloid ***1/2

Errol Morris è uno dei più grandi documentaristi americani. Dopo una giovinezza passata ad abbandonare i corsi delle più prestigiose università del paese, Morris comincia la sua attività di regista, ricostruendo le gesta del serial killer Ed Gein, assieme a Werner Herzog. La sua incapacità di portare a termine i lavori per cui si appassiona spinge Herzog alla famosa scommessa, immortalata nel cortometraggio Werner Herzog eats his shoe.

Il suo talento investigativo, l’ossessione per i delitti e l’epistemologia sono sfruttati negli anni ’80 da una delle più importanti agenzie private, per le quali Morris lavora come investigatore, per casi collegati ai colletti bianchi di Wall Street.

Dopo i primi due film, Gates of Heaven (1978), dedicato ai cimiteri degli animali domestici e Vernon, Florida (1981) su un’amena cittadina nella quale gli abitanti usavano amputarsi gli arti, per frodare le assicurazioni, il successo clamoroso arriva solo con il terzo documentario, nel 1988. The thin blue line era nato per raccontare la storia del Dott. Grigson, medico legale e testimone chiave in decine di casi di sentenze capitali comminate in Texas, nelle quali è necessario un giudizio prognostico sui condannati, che certifichi il pericolo di reiterazione del reato nel futuro. Grazie a Grigson, Morris entra in contatto con il detenuto Randall Dale Adams, il quale si proclama innocente e sospetta che il vero assassino è proprio il testimone d’accusa.

Le indagini di Morris vengono usate dai difensori di Adams nella loro udienza per la revisione del processo. Dopo 10 anni di prigione il detenuto è liberato ed il teste confessa l’omicidio. The thin blue line diventa un classico e consente a Morris di lavorare ai suoi progetti in esclusiva.

Alla carriera di documentarista associa quella di regista per video e commercial.

Nonostante la fama, l’Oscar arriverà solo nel 2004 con Fog of War, documentario su Robert McNamara, segretario di Stato ai tempi di Kennedy e Johnson, in carica durante la crisi dei missili con Cuba ed artefice della Guerra del Vietnam.

Famosissimi anche i suoi Fast Cheap & Out of Control, Standard Operating Procedure, Orso d’oro a Berlino nel 2008 sulle prigioni di Abu Ghraib e Mr. Death, dedicato a Fred A. Leuchter Jr. un tecnico delle esecuzioni capitali.

I suoi film descrivono un mondo grottesco, personaggi sopra le righe, eccezionali in modo del tutto inaspettato. Che si tratti di uomini noti oppure no, il suo interesse è sempre stato attirato dalla natura beffarda del loro destino.

Il suo ultimo film è un altro piccolo capolavoro: la protagonista è Joyce McKinney, una giovane reginetta di bellezza, con un quoziente intellettivo fuori dalla norma, che si innamora perdutamente di un giovane missionario mormone, Kirk Anderson. Siamo nel 1977, Joyce lo segue da Salt Lake City fino a Londra, dove Kirk sta seguendo il suo percorso spirituale, lo strappa alla sua chiesa, grazie alla collaborazione dell’amico KJ, e quindi lo porta nel Devon dove passano tre giorni piuttosto turbolenti.

Quando ritorna a Londra con Kirk, quest’ultimo dichiara di essere stato violentato e costretto ad avere rapporti con la donna. Joyce viene arrestata e sottoposta a processo. Liberata su cauzione riesce a fuggire negli Stati Uniti fingendosi sordomuta.

Nel frattempo i Tabloid si scatenano, in favore e contro la giovane americana, capace, a quanto pare, di violetare il ragazzone mormone e di tenerlolegato al letto.

Nonostante la fuga negli Stati Uniti, i giornali scandalistici inglesi non mollano il colpo e scovano, grazie ad un amico di Joyce in California, foto e materiali imbarazzanti che la riguardano.

Joyce professa la sua innocenza e cede l’esclusiva all’Express, ma non basterà…

La donna torna alla ribalta quasi trent’anni dopo quando fa clonare (?) da un medico coreano il suo adorato cane Booger, l’unico compagno della sua vita solitaria, in un esperimento d’avanguardia.

Morris usa tutta la sua straordinaria abilità di narratore, accostando alle interviste a Joyce ed ai sopravvissuti, immagini di film e animazioni d’epoca, per commentare i fatti di allora. Altri materiali d’archivio sono presi proprio dai tabloid degli anni ’70.

Il racconto di Joyce si alterna a quello dei suoi amici ed infine a quello dei gironalisti che si occuparono del caso. Ne viene fuori un ritratto complesso, nel quale la verità sfugge, si fa oscura, in cui le certezze di ciascuno scolorano in un grigio uniforme.

La rievocazione dei fatti rimane soggettiva, parziale: le circostanze, dopo oltre trentacinque anni, sembrano affondare in un passato lontano, camp.

Ma a Morris non interessa tanto la verità, quanto la sua protagonista, Joyce McKinney, un’attrice straordinaria, manipolatoria, apparentemente spontanea, amabile, persino credibile nei passaggi più inverosimili.

La Joyce di oggi non sembra meno folle, ingegnosa e contraddittoria di quella di allora, ma la solitudine autoimpostasi sembra testimoniare la genuinità di un sentimento che i tabloid hanno vilipeso e stravolto, anche grazie alla sfrontatezza di un personaggio che non si è fatta scrupolo di sfruttarli a suo vantaggio, almeno nella fase iniziale del caso.

La stampa spazzatura è capace di costruire mostri e stritolare la rispettabilità di chiunque. L’aggressività degli investigatori non si ferma davanti a nulla, allora come oggi. Una volta almeno la cultura della privacy non era particolarmente sviluppata, oggi che pure sono stati fatti notevoli passi avanti, il diritto alla riservatezza è completamente svuotato dal mondo dei social network, dai sistemi di pagamento elettronici, dalle telecamere di sicurezza, dalla tracciabilità di ogni nostro spostamento: non servono più nemmeno grandi investigatori.

L’enigma di Joyce però rimane irrisolto, ognuno dei protagonisti sembra essere sincero nel ricostruire il suo comportamento di allora, forse anche grazie al sistema inventato da Morris, l’Interrotron, nel quale la cinepresa mostra al soggetto ripreso l’immagine dell’interlocutore e non l’obiettivo.

Ancora una volta Errol Morris si dimostra geniale e corrosivo, senza mai prendere parte e lasciando allo spettatore la possibilità di una soluzione.

Ma la bellezza della vita finisce spesso per superare ogni artificio cinematografico. Così com’era già successo per Vernon Florida, quando gli abitanti minacciarono di morte sua moglie se avesse rivelato i loro inganni, e con The thin blue line, quando il suo lavoro spinse la Corte a rimettere in libertà Randall Dale Adams dopo 10 anni, anche questa volta al film è seguita una coda più incredibile ancora.

Joyce McKinney dopo aver partecipato alle proiezioni ufficiali ed alla promozione del film a Londra, New York e Los Angeles, a partire dal novembre 2010, ha deciso un anno dopo di denunciare Errol Morris per aver mal rappresentato la sua storia. Secondo gli atti, il regista l’avrebbe ritratta crazy, a sex offender, an S&M prostitute, and/or a rapist.

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