J.Edgar

J.Edgar **1/2

Chi si aspettava un racconto rutilante e polemico alla Oliver Stone, capace di illuminare gli abissi e i soprusi della lunghissima presidenza di J.Edgar Hoover all’FBI, forse è rimasto deluso.

Allo sceneggiatore Dustin Lance Black non interessava esplorare i segreti degli archivi del protagonista, quanto raccontare il suo rapporto ossessivo con la madre, quello irrisolto con la segretaria di una vita Helen Grandy ed infine quello il suo vicedirettore Clyde Tolson, con il quale ha condiviso non solo la carriera all’FBI, ma – forse – una discussa e tumultuosa relazione sentimentale.

Così come in Milk, scritto dallo stesso autore, anche qui sono le scelte personali ad influenzare l’agire pubblico, con esiti opposti: mentre il consigliere comunale di San Francisco è stato il primo politico omosessuale a dichiararsi apertamente, rompendo un tabù ancora attuale, Hoover ha sempre negato e dissimulato pubblicamente le sue scelte sessuali. Il film di Eastwood le racconta con pudore e grandissima misura, sovrapponendo il suo personalissimo sguardo a quello di Black.

Ed è forse questo il vero limite del film, che sembra a tratti voler andare in due diverse direzioni. Quella intima e sentimentale, accreditata dalla sceneggiatura e quella dei riflessi pubblici, che consentono al regista di provare a raccontare ancora una volta le derive del potere.

Nelle ombre e nell’oscurità della fotografia, Eastwood misura un personaggio affamato di successo e controllo, ossessionato dal comunismo e dalle minacce contro il proprio paese, dotato di intuizioni e metodo, ma ancor più attento alla loro comunicazione ed alla pubblicizzazione delle imprese sue e dei suoi G-men.

Invidioso del successo dei suoi collaboratori, tanto da licenziarli in tronco, come nel celebre caso di Melvin Purvis, pretendeva una condotta ed un immagine personale specchiata ed irrealistica, a cui corrispondeva una raccolta di dossier segreti su tutti i personaggi pubblici, che costantemente subivano il suo ricatto, frutto di un evidente abuso di mezzi e poteri del Bureau.

E’ l’America di Washington quella che racconta J.Edgar, l’America degli uffici pubblici, delle anticamere del potere, della burocrazia in grigio.

Nel consueto chiaroscuro che contraddistingue gli ultimi film di Eastwood qui è il nero a prevalere. I personaggi sembrano uscire dal cuore di tenebra della notte più buia, con tutto il carico delle proprie ambizioni, per indirizzare la Storia del paese, senza novità e senza scosse.

Paladino di un conservatorismo morale ed ideologico, di cui sarà lui stesso vittima, vediamo Hoover scontrarsi con Roosevelt prima, quindi con i Kennedy e Martin Luther King, in un modo che neppure i suoi stretti collaboratori riescono a comprendere.

Certo siamo lontani dal ritratto ruvido, ossessivo ed inquietante di Ellroy in American Tabloid e Sei pezzi da mille, ma Eastwood non nega la capacità di Hoover di pescare nel torbido e di reggersi su un potere fondato sul ricatto e la menzogna.

Il regista non sembra avere grande comprensione per le tattiche e le strategie pubbliche di Hoover, lontanissime dalla sua visione solitaria ed anarchica del potere: i personaggi dei suoi film sono spesso costretti a combattere proprio contro l’ottusità delle istituzioni e la disumanità della morale tradizionale, che Hoover invece rappresenta in pieno.

Qui però siamo dall’altra parte della barricata ed il conflitto è tutto interiore: Hoover non può mostrare davvero i suoi sentimenti e le sue debolezze, perchè lo impone la rigida educazione materna e perchè il ruolo ufficiale assunto in giovanissima età lo sconsiglia. La sua immagine pubblica finisce per prevalere e per scontrarsi con le aspettative e l’affetto per Tolson.

Sentimenti persino impronunciabili in quell’America puritana ed omofoba, che Hoover stesso aveva contribuito a costruire e perpetuare.

Il lavoro di Eastwood è molto più radicale di quanto sembri: evitando di fare di Hoover un mefistofele solitario, J.Edgar sembra voler raccontare che quei metodi e quella cultura erano condivise e maggioritarie. E’ l’innocenza di un’intera nazione a venire posta in discussione, non il delirio ossessivo del singolo. 

Il film di Eastwood comincia in media res, alternando il racconto degli ultimi anni di Hoover e le presidenze Kennedy e Nixon, a quello degli anni ’20 e ’30, in cui lo vediamo giovane impiegato al Dipartimento di Giustizia per il procuratore generale Mitchell Palmer e quindi capo del Bureau of Investigation a soli 24 anni, grazie alla sua lotta contro i comunisti ed i sovversivi.

Negli anni della Grande Depressione la sua battaglia diventa quella contro il crimine organizzato ed i gangsters popolari alla John Dillinger, battuti prima sul piano mediatico e comunicativo, che sul campo.

In particolare il film si sofferma sul rapimento del figlio di Charles Lindbergh, che Hoover sfruttò per imporre nuovi metodi investigativi all’antiquata procedura poliziesca, favorendo l’introduzione di un registro centralizzato delle impronte digitali ed utilizzando le conoscenze tecniche nell’indagine della scena del crimine.

Quello che vediamo sullo schermo sono lunghi flashback nei quali Hoover cerca di accreditare la sua versione dei fatti, in una sorta di memoriale-autobiografia, dettato nel corso degli anni ad agenti con velleità di scrittori, che si alternavano nel suo studio.

Con l’espediente narrativo della memoria condivisa, Eastwood e Black ci trasportano quindi nel passato di Hoover.

Non c’è nessuna velleità oggettiva nel racconto: è la versione di Hoover che il film sembra proporci, quasi sino alla fine, quando è proprio Clyde Tolson, compagno e braccio destro di una vita, a rinfacciare al protagonista tutte le falsità grossolane e le esagerazioni del suo racconto agiografico.

Eppure questo disvelamento non ci porta più vicino ad illuminare il mistero-Hoover: anzi l’avevamo già messo in conto nella prospettiva scelta fin dall’inizio.

Non è una biografia classica, quella di J.Edgar, ma un racconto emozionale, selettivo, che mette da parte molti anni della lunghissima carriera di Hoover e che di John Dillinger, vera nemesi del protagonista – come Mann ci ha mostrato nel suo bellissimo Nemico Pubblico – non riproduce che la maschera mortuaria, nella primissima scena del film.

D’altronde presumere di raccontare ciqnuant’anni anni di vita di uno degli uomini più potenti del XX secolo in un solo film, sarebbe stata un’impresa improba per chiunque, se non operando una scelta di sguardi e di prospettive.

J.Edgar è, almeno per Black, una storia d’amore impossibile, mentre per Eastwood è forse un’avventura, che guarda al passato ma ha inevitabili riflessi nel presente. Ci sono echi dell’undici settembre negli attentati bolscevichi degli anni ’20 ed il modo con cui Hoover ha gestito il potere in modo spregiudicato, senza controllo e facendo leva sulla paura, sembra richiamare la presidenza Bush.

In fondo J.Edgar ritorna su uno dei grandi temi dell’ultimo Eastwood, quello della rappresentazione del potere, della sua immagine e dell’uso dei mezzi di comunicazione di massa. Dalla foto dei soldati che issano la bandiera a Iwo Jima, a quella della Jolie a cui l’FBI riconsegna un figlio non suo, fino al capo del Bureau, che usa il cinema e la stampa scandalistica per rafforzare il suo potere e la sua immagine, c’è un filo rosso che lega molte delle sue ultime opere: in questo quadro complesso si inserisce anche la volontà di Hoover di ricostruire, sotto dettatura, una storia dell’FBI completamente leggendaria.

Ed anche il cinema diventa strumento di propaganda: bellissima l’ellissi nella quale James Cagney passa da Nemico Pubblico a G-men, segno evidente dell’uso strumentale e retorico della macchina hollywoodiana.

Leonardo Di Caprio interpreta Hoover con un’abilità mimetica prodigiosa. Costretto ad un trucco pesantissimo per quasi metà film, restituisce l’ambiguità e la determinazione del protagonista con grande efficacia. Non c’è dubbio che Di Caprio migliori sensibilmente ad ogni occasione, arricchendo il suo bagaglio di espressività e di profondità interpretativa. Le scelte professionali anti-spettacolari ne hanno fatto uno dei migliori attori della sua generazione, in perfetto equilibrio fra talento, dedizione e glamour.

Lo accompagnano qui una dimessa Naomi Watts, che ha pochissime scene per mettersi davvero in mostra e Armie Hammer, più limitato espressivamente da un trucco meno efficace. La madre ambiziosa e castrante è interpretata da Judi Dench con la consueta bravura.

Le musiche, molto discrete, sono dello stesso Eastwood, mentre la fotografia di Tom Stern usa mezze tinte, colori slavati ed ombre profondissime per rendere un mondo le cui motivazioni personali e pubbliche rimangono per lo più misteriose.

Forse non siamo di fronte al più riuscito degli ultimi film del maestro californiano, ma certo la densità semantica di questo J.Edgar, la sua capacità di ritornare sui temi d’elezione del suo cinema, la grande performance di Di Caprio, lo spirito antiretorico e quasi astratto del racconto ne fanno un’opera complessa e stratificata, certamente da vedere.

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4 pensieri riguardo “J.Edgar”

    1. Mi spiace che dopo essersi annoiato vedendo il film, lei si sia dovuto sorbire anche le mie chiacchiere. Un po’ se l’è cercata… Questo non è un sito di recensioni-twitter.

      Il giudizio sintetico è espresso in stellette. Poi ci occupiamo si segnalare un’interpretazione possibile, di far intravvedere un percorso tematico-stilistico, di dare un giudizio argomentato, che non sempre coincide con quello dei lettori.
      E meno male: se a tutti piacessero le stesse cose sarebbe un mondo, quello sì, veramente tedioso…

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