In time

In time *1/2

L’America è davvero un grande paese.

Pieno di contraddizioni, certo. Che ama la libertà più nei proclami che nei fatti. Nel quale la parola socialista è uno dei peggiori insulti che si possano proferire.

Ma è anche un paese in cui la Regency e la 20th Century Fox producono e distribuiscono questo thriller del neozelandese Andrew Niccol, di chiara matrice radicale.

Come spesso accade, il racconto di fantascienza non è altro che una metafora, qui neppure troppo velata, del nostro presente. E Niccol, a cui dobbiamo il raffinatissimo copione di Gattaca, nonchè quello di The Truman Show, qui è alle prese con semplificazioni e buchi narrativi poco comprensibili, per uno scrittore del suo calibro.

Forse ci hanno messo le mani i produttori? Resta la sensazione di un thriller traballante, pieno di momenti francamente imbarazzanti.

Nel copione originale di Niccol, che deve molto alle distopie di Philip Dick, si presume che in un futuro piuttosto lontano, il denaro sia stato interamente sostituito dal tempo. Le persone invecchiano solo fino a 25 anni. Un mondo di giovani, ai quali resta però solo un anno di vita, una volta passata quella soglia.

Un orologio inserito sotto pelle segna i giorni, le ore ed i minuti di sopravvivenza.

Per guadagnarsi più tempo sulla terra occorre lavorare. Ma non solo: il tempo è moneta di scambio che si può vincere, rubare, scambiare.

Naturalmente è un mondo rigidamente diviso in caste, quello futuro, in cui il passaggio da una zona all’altra si paga con mesi o anni di vita. I poveri vivono in un ghetto in cui il lavoro nelle fabbriche garantisce appena la sopravvivenza. Tutti corrono o vanno di fretta: il tempo è la loro grande ossessione.

I ricchi invece vivono in un mondo ovattato fatto di calma serafica, garantita dai loro orologi centenari e da guardie del corpo, che vigilano sull’incolumità di chi ha secoli ancora a disposizione.

Il corpo non invecchia mai. Le generazioni non si distinguono più. Mamme, figlie e nipoti hanno tutte l’aspetto giovanile ed immutabile della perenne gioventù.

Il protagonista è Will Salas, giovane operaio del ghetto che per caso si imbatte in un ricco possessore di oltre un secolo di vita, Henry Hamilton, il quale glielo dona, stanco di aver vissuto già cento anni, in un mondo che non sopporta più.

Will si ritrova però braccato dai time keepers, poliziotti spietati, addetti al mantenimento dell’ordine sociale, i quali ritengono che abbia rubato il tempo, nonostante le telecamere di sicurezza mostrino chiaramente il suicidio di Hamilton.

Will fugge dal ghetto e si dirige verso Greenwich, la zona dei ricchi, non dopo aver assistito alla melodrammatica fine della madre, rimasta senza più secondi da vivere, dopo aver pagato il mutuo.

Qui incontra il ricco magnante Philippe Weis – che attraverso le sue banche, gestisce il tempo di tutti – e la figlia Sylvia, che sembra non apprezzare il rigido protocollo a cui il padre la sottopone.

Quando Will è tratto in arresto proprio a casa di Philippe, scappa con Sylvia, prima prendendola in ostaggio, poi accorgendosi che lei è in fondo dalla sua parte.

Derubati del tempo che avevano, i due cercherano di sopravvivere nel ghetto e di modificare l’ordine sociale, rubando alle banche di Weis per distribuire tempo a chi non ne ha.

Robin Hood del futuro i due si scontrano anche con le manovre sull’inflazione, che cercano di vanificare il loro tentativo rivoluzionario.

Raccontato così il film sembra una boiata pazzesca. Ed in parte certamente lo è, se non fosse per le buone interpretazioni dei quattro protagonisti Justin Timberlake, Amanda Seyfried, Cillian Murphy e Vincent Kartheiser, che sembrano aver preso maledettamente sul serio il copione di Niccol.

La storia però non solo è velleitaria e semplicistica, nell’inseguire sentimenti da Occupy Wall Street, e nel suggerire come eroi una sorta di Bonnie & Clyde, che rubano ai ricchi (il tempo), per donare ai poveri.

Ma è piena di momenti imbarazzanti e di scelte discutibili. Che senso ha infatti coinvolgere Olivia Wilde nel ruolo della madre di Will, in una parte di pochi secondi, che termina con una corsa contro il tempo, degna di una sceneggiata napoletana?

Ma non è il solo momento poco convincente e raffazzonato nella storia di In time, che regala momenti di comicità involontaria anche a Cillian Murphy, il quale si mette sulle tracce del fuggitivo, nonostante sia chiaro che non è in alcun modo colpevole e poi si accanisce contro Will e Sylvia, in un crescendo implausibile e forzato.

Del tutto inverosimile anche il finale.

Insomma, si tratta all’evidenza di un B-movie pronto per lo stra-cult dei “compagni”, che ammaliati dalla bellezza delle scenografie, dalla fotografia di Roger Deakins e dai volti levigati degli attori coinvolti, rideranno di gusto alle improbabili svolte narrative del film di Niccol.

Certo, quando si passa da Gattaca, Truman Show e The Terminal ai pur interessanti Lord of War e S1mone (la cui protagonista ritorna qui, in un gustoso cameo), non ci si aspetterebbe un tonfo come quello di In time.

In Italia dovrebbe uscire a marzo, se qualcuno non ci ripenserà nel frattempo…

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