Hollywood e la passione per i sequel d’autore

Patrick Goldstein sul Los Angeles Times riflette su una curiosa tendenza diffusasi tra i grandi registi americani: quella di rinunciare spesso ai propri film personali e indipendenti per mettersi al servizio delle major in progetti piuttosto discutibili, quali sequel di serie più o meno fortunate, reboot di franchise decaduti, secondi, terzi, quarti episodi di eroi a fumetti.

L’articolo prende spunto dai rumors che riguardano Darren Aronofsky, uno dei più limpidi autori del cinema indipendente americano con The Wrestler e Black Swan, ma anche con Requiem for a Dream e lo sfortunato The Fountain.

In questi giorni si è fatto il suo nome per il nuovo Superman, ma è stato battuto dal più malleabile Zack Snyder. Quindi il suo nome è stato sollevato per il secondo episodio di Wolverine, una serie partita malissimo con un primo episodio da dimenticare, che ora si cerca di rilanciare in extremis.

In competizione con questo progetto piuttosto demente, ad Aronofsky è stata offerta la regia di un progetto originale di un certo spessore “The Gangster Squad,”  una storia vera su un gruppo segreto di poliziotti, senza scrupoli, dediti alla lotta contro la criminalità losangelina.

Un film che può attirare grandi nomi e interpretazioni di un certo spessore.

Eppure Aronofsky sembrerebbe preferire lo spinoff degli X-Men. Perchè?

Gli esempi sono tanti: Brad Bird si lancia nella regia di un live action, dopo Ratouille e Gli Incredibili, con il quarto episodio di Mission: Impossible; Marc Webb, dopo il debutto del brillante 500 giorni insieme, si dedicata al nuovo Spider-man; Tony Gilroy ha accettato di dirigere il quarto Bourne, anche senza Matt Damon, dopo il maturo Michael Clayton; per non parlare del premio oscar Rob Marshall sul set del quarto episodio dei Pirati dei Caraibi e Bill Condon (Gods and Monsters, Kinsey) che dirigerà Breaking Down, con i vampiri adolescenti della serie di Twilight.

Goldstein ha una risposta: Christopher Nolan.

What’s going on here? In short, two words: Christopher Nolan. It used to be that you had to choose between street cred or studio moola. But Nolan, thanks to the runaway critical and commercial success of “The Dark Knight” and “Batman Begins,” has been able to have his cake and eat it too. If you talk to agents who represent top directors, they all say that Nolan has become the role model for most of their clients, having retained his artistic integrity while still reaping the benefits of seeing his films promoted by a huge studio marketing machine.

So, if you can’t beat ‘em, join ‘em.

Anche l’atteggiamento più aperto di alcune major ha facilitato questo trend: especially at Warners, which under Jeff Robinov has become a director-driven studio, and Sony, which has given its filmmakers a lot of artistic leeway, directors are thriving, enjoying little or no studio interference.

Il primo forse è stato Alfonso Cuaron, che dopo il successo del piccolo Y tu mama tambien, ha accettato di dirigere il terzo Harry Potter, per poi tornare al racconto distopico di Children of men.

O forse ancora Steven Soderbergh, che alterna da sempre produzioni mainstream, come la serie di Ocean, a prodotti più audaci e scomodi (Che, Traffic) e persino ad opere decisamente low budget e sperimentali (Bubble, The Limey, Girlfriend Experience).

But everywhere you look, filmmakers have put all those original stories on hold while they see what they can do to breathe new life into aging studio franchises. Whether it’s inspired by a new form of careerism or a lack of other compelling choices, a whole generation of gifted directors is now focusing on piloting the jumbo jets of the movie business. 

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