Venezia 67: secondo giorno

Wanda di Barbara Loden **

Marco Mueller presenta, con una certa enfasi, il restauro a cura della Film Foundation di Martin Scorsese, dell’opera unica della moglie di Elia Kazan, premiata a Venezia quarant’anni fa e mai distribuita in sala.

Il film, interpretato dalla stessa regista nel ruolo del titolo, risente tanto dell’improvvisazione creativa di Cassavetes, quanto delle forme del cinema indipendente degli anni ’70.

La giovane madre Wanda abbandona marito e figli per una vita di incontri casuali, avventure di una notte, birre e bevute, senza gioia e senza consapevolezza.

E’ un’anima alla deriva, che finisce per far coppia con un velleitario rapinatore, destinato a pagare a caro prezzo la propria stupidità.

Modestissimo film, per il quale si spende la parola capolavoro con una facilità che lascia basiti.

Tre anni dopo Malick dirige La rabbia giovane e Cassavetes Una moglie: questo è sufficiente per ricondurre Wanda alle giuste proporzioni: un esordio interessante, senza seguiti…

Miral di Julian Schnabel **

Ecco il film giusto, pacifista, tollerante, che dovrebbe scaldare il cuore e raccontare una storia esemplare… peccato però che questo nuovo Schnabel sia del tutto privo della fiamma del cinema.

Quello che può essere interessante leggere in un romanzo o in un articolo non sempre può essere trasposto sul grande schermo con efficacia.

Qui Schnabel non rischia nulla, mette in scena con una maniera piana, mainstream, noiosissima e senza scintille.

La storia delle 4 donne che nella Gerusalemme occupata dagli israeliani, hanno avuto un ruolo fondamentale nel destino della piccola palestinese Miral, prima mettendola al mondo e poi accompagnandola verso l’educazione, la cultura e la prigione, è prevedibilissima.

Questo film sembra più un atto d’amore di Schnabel verso la propria compagna di vita, che un’opera effettivamente sentita e meditata: non c’è alcuna idea di messa in scena, nessuna originalità.

Resta solo il messaggio di tolleranza e comprensione, condivisibile e sentito: un po’ poco…

Farà furore nei cineforum delle buone intenzioni…

Norwegian Wood di Tran Ahn Hung **1/2

Al contrario di Miral qui siamo di fronte ad un film di prodigiose invenzioni visive e di ricercatissima fotografia, curata da Ping Bing Lee, già con Wong Kar Wai.

Tratto da un romanzo di Murakami, quello che lascia più interdetti in Norwegian Wood, è la storia di amori impossibili e suicidi che accompagna i tre giovani protagonisti, nel Giappone degli anni ’70. Watanabe è innamorato di Naoko, ma quest’ultima è la ragazza del suo migliore amico.

Quando l’amico si suicida improvvisamente, Watanabe si trasferisce a Tokyo per studiare letteratura.

Rincontrerà Naoko nel giorno del suo ventesimo compleanno. I due ragazzi faranno l’amore per un’unica volta, poi lei si rifugerà in un bosco isolato con una musicista, in un percorso terapeutico di dubbia efficacia.

Nel frattempo Watanabe conosce Midori che è l’esatto opposto di Naoko: estroversa, solare, spregiudicata.

Il legame di Watanabe con Naoko è però troppo forte.

Tran Ahn Hung non butta via un’inquadratura: il film ha un’eleganza formale formidabile, che qualche volta sembra sopraffare la storia.

Rinko Kikuchi, già bravissima in Babel, qui si conferma altrettanto in parte e capace di infondere una luce di folle malinconia nel suo personaggio.

Ne riparleremo all’uscita italiana, quando i sentimenti contrastanti che animano la visione a caldo si saranno sedimentati.

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