Mereghetti su Toy Story 3

Dopo le entusiastiche recensioni americane e i 300 milioni già incassati negli States, Toy Story 3 debutta questo weekend nelle sale italiane, promettendo un’ora e mezza di nuove magie in 3D.

Paolo Mereghetti oggi sul Corriere esalta la fantasia dei creatori della Pixar:

se ci sono dei film che dimostrano come creatività e fantasia possono essere ancora di casa al cinema, nonostante la marea di remake e riadattamenti che invade gli schermi, quelli sono i film d’animazione. Digitali, tradizionali o 3D non fa molta differenza, perché non è la tecnica che conta ma piuttosto la carica creativa, la forza delle invenzioni, il piacere del raccontare. Ed è proprio la grande tradizione degli sceneggiatori che hanno fatto grande il cinema americano che sembra finalmente rinascere grazie alla libertà ma anche al coraggio dei produttori e dei registi di «cartoon», gli unici si direbbe che non si fanno problemi ad infrangere tutte le regole di qualsiasi vademecum-del-successo per scatenare la fantasia.

La ricchezza del film comincia dal rispetto dello spettatore e del tempo trascorso dagli altri episodi. Toy Story 3 è un viaggio avventuroso tra la stanza di Andy, la scuola materna Sunnyside, la casa della piccola Bonnie e una minacciosa discarica-inceneritore dove l’avventura dei «nostri eroi» sembra destinata finire.

C’è insomma la capacità di passare da un cinema d’invenzione a uno di emozione a un’altro ancora di riflessione senza perdere mai di vista il piacere dell’avventura e della sorpresa (e del gusto della parodia, come nell’introduzione in puro stile blockbuster o nei divertenti rimandi alla Grande fuga di Sturges).
In nome di un cinema che non vuole mai abdicare all’intelligenza e alla fantasia, forse perché si rivolge al pubblico più esigente e sofistico che esista: quello dei bambini.

La straordinaria trilogia dei giocattoli, messa in piedi da John Lasseter e dai suoi collaboratori trova una chiusura degna. Se il primo episodio era l’inzio di un’avventura più tecnologica che narrativa, grazie all’uso della computer grafica, per la prima volta utilizzata per un intero film, ed il secondo coglieva l’antinomia evidente tra il vuoto e crudele collezionismo feticista ed il semplice piacere di chi possiede i giocattoli per affetto, il terzo episodio si concentra sul momento del distacco: quando i bambini crescono i vecchi giochi finiscono spesso nella spazzatura o in qualche soffitta.

Toy Story ci ricorda che questi oggetti fondamentali, legati ad un periodo limitato della nostra vita, possono trovare nuovo affetto nelle braccia di altri bambini: il cerchio si chiude, i giocattoli sopravvivono…

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