Alice in Wonderland

Alice in Wonderland **1/2

Dal genio proteiforme di Burton ci saremmo aspettati molto di più di questa Alice, tanto superficiale narrativamete, quanto il 3D l’ha resa profonda visivamente…

L’incontro tra il mondo di Lewis Carroll e quello del regista americano aveva potenzialità enormi, che rimangono purtroppo tutte sulla carta. L’adattamento-reinvenzione di Linda Woolverton trasforma Alice in una giovane ventenne, promessa sposa ad un insopportabile rampollo.

La fuga nel Sottomondo è quindi il tentativo di dare una risposta adeguata ad un’intollerabile proposta di matrimonio.

E fin qui non sarebbe una cattiva idea, anche se ricalca il procedimento adottato da Spielberg in Hook-Capitan Uncino.

Il problema è che la Woolverton e Burton non riescono a cogliere in pieno tutte le possibilità che questa trasposizione d’età metteva in gioco, con le ansie della giovinezza e le costrizioni aristocratiche, imposte dalla morte prematura del padre.

La prima parte del film stenta a trovare il proprio ritmo ed anche i personaggi minori del Sottomondo sono spesso solo abbozzati e talvolta anche mal realizzati digitalmente.

Fortunatamente per Burton, ci pensano le due regine, la dispotica Rossa e la leziosa Bianca, ad illuminare la scena. Quando Alice le incontra finalmente il film comincia a respirare cinema.

Helena Bonham Carter è meravigliosa, dipenge un personaggio deforme, rispettato e temuto, ma mai davvero amato.

Purtroppo anche il Cappellaio Matto non si discosta molto dalle precedenti incarnazioni strampalate di Johnny Depp che fatica a trovare una funzione narrativa ed una chiave interpretativa originale. L’aprossimarsi del giorno Gioiglorioso e l’assunzione del ruolo dell’eroe da parte di Alice, che dovrà prendere la spada per sfidare il drago Ciciarampa, è una metafora sin troppo evidente delle scelte che Alice dovrà affrontare anche nel mondo reale.

Il richiamo al Sottomondo diventa quindi una sorta di rimando onirico e psicanalitico, nel quale Alice cerca risposte alle difficili domande della vita.

Certo, Mereghetti ha sottolineato come il gotico di Burton fin dall’inizio mal si sposasse con il coloratissimo mondo di Carroll, eppure Burton avrebbe dovuto tradire fino in fondo lo spirito originario e fare propri quei personaggi, senza limitarsi a dissimulare qua e là citazioni e richiami al suo cinema ed al suo mondo.

E’ un’occasione perduta, soprattutto perchè la produzione era perfetta per ricchezza di scenografie e costumi, scelta degli attori, uso sapiente della profondità di campo “baziniana” e originalità fotografica.

Ma come spesso succede, tutto questo non basta, se i limiti narrativi finiscono per lasciare solo agli effetti speciali la magia di una storia che manca di forza poetica.

Sembra quasi un’opera su commissione per Burton, che si limita ad illustrare il copione senza metterci nulla di suo e tradendo, in fondo, la vena scanzonata e folle dell’autore, che cercava di mettere in crisi il mito dell’ordine e della moralità inseguito dalla società vittoriana perché, come ci insegnano i sogni e le fantasie dei bambini, c’è sempre qualcosa che sfugge alla nostra ragione.1

Peccato!

1. Paolo Mereghetti, Corriere della Sera, 3 marzo 2010

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