WALL-E

I wanted it to be about last robot on earth and I had to get everyone off the planet. I have to do it in a way that you get it out without any dialogue. You have to be able to get it visually in less than a minute

Andrew Stanton, 2008

Wall-E, nono lungometraggio animato della Pixar, è, senza dubbio, il vertice artistico della factory, che ha fatto della continua ricerca della perfezione e del superamento dei limiti nella rappresentazione digitale, la propria missione.

Il film non è solo un prodigio tecnico, ma una meravigliosa sinfonia, che unisce la magia e lo stupore di un film di Charlie Chaplin, alle suggestioni ecologiche e filosofiche della fantascienza distopica di Aldous Huxley.

La Pixar Animation Studios, nata nel 1986 da una costola della Lucasfilm e dalla volontà di Steve Jobs di renderla indipendente, nel corso degli ultimi quindici anni ha creato alcuni dei più interessanti film di animazione computerizzata.

Dopo il primo famosissimo cortometraggio, Luxo Jr., del 1986, nel quale erano protagoniste due lampade da tavolo, passando per i giocattoli animati di Toy Story, i paurosi Monsters e le autovetture di Cars, la Pixar si è quasi sempre preoccupata di dare vita agli oggetti inanimati, lasciandoli finalmente liberi di esprimere sentimenti ed attitudini represse.

Anche in questo ultimo Wall-E i tratti antropomorfi del robot sono pochissimi: binocoli al posto degli occhi ed arti meccanici, senza gomiti, per le braccia.

Diversamente, la rappresentazione degli esseri umani ha sempre creato problemi ed interrogativi irrisolti agli animatori: non è un caso che i recenti super eroi Incredibili e gli chef di Ratatuille – pur sotto l’egida della compagnia guidata da John Lasseter – sono frutto della fantasia di Brad Bird, estraneo al team creativo originario.

In Wall-E, per la prima volta in un lungometraggio Pixar, vengono usate delle riprese dal vero, per rappresentare gli umani: i messaggi pubblicitari della Buy’n’Large sono integrati nelle sequenze animate, come era già successo in passato per molti altri film Disney, ma qui il motivo è ingegnosamente narrativo.

Siamo nel 2708 e gli esseri umani, che vedremo solo nella seconda parte del film, non assomigliano più a quelli del XXI secolo, rappresentati nelle immagini dal vero.

Sono figure rotonde, ormai incapaci di camminare, trasportate da comode poltrone-automobili: sembrano personaggi usciti dai dipinti di Botero, che hanno rinunciato a vivere e comunicare per rifugiarsi nella propria affollata solitudine, guidati da piccoli schermi personali, su cui si proiettano solo commercials.

Andrew Stanton, regista e sceneggiatore di Wall-E, ha collaborato, soprattutto come scrittore, a tutti i progetti precedenti della Pixar, firmando la regia di Alla ricerca di Nemo del 2003 ed, in coppia con John Lasseter, quella di A bug’s life nel 1998.

Wall-E è ambientato in un futuro lontano, nel quale la terra è ridotta ad un ammasso di cumuli di spazzatura.

Al posto dello skyline newyorkese ci sono torri altissime di residui, compattati da piccoli robot.

I negozi e le insegne olografiche di una fantomatica e monopolistica compagnia ci rimandano ad un passato in cui gli uomini hanno dovuto abbandonare il pianeta, sopraffatti dagli scarti del proprio stile di vita ed hanno intrapreso una lunga crociera spaziale su una nave chiamata Axiom, lasciando che fossero le macchine Waste Allocation Load Lifter – Earth class, a sistemare e ripulire la terra.

Wall-E appare però l’unico, tra le macchine inviate sul pianeta, settecento anni prima, a continuare il proprio lavoro.

E’ arrugginito e malandato, ma continua a svolgere puntualmente la propria missione, impacchettando e comprimendo cumuli enormi di spazzatura.

I suoi ‘colleghi’ sono fermi da tempo, forse meno efficienti, forse danneggiati o senza energia.

Eppure l’ultima macchina sulla terra si preoccupa, con amore e dedizione umanissimi, di raccogliere tra la spazzatura, quegli oggetti del nostro passato, che sembrano aver perso senso, sulla terra del 2708: le forchette e i cucchiai, gli accendini, le vecchie videocassette, un frisbee, un cubo di Rubik, una lampadina.

Frutti della creatività umana, del progresso tecnico e dell’intelligenza, magari superati, buttati via e abbandonati: oggetti che Wall-E raccoglie e cataloga, come testimonianza di un passato e di una civiltà che è riuscita nella prodigiosa impresa di estinguere se stessa.

Wall-E crea, nel proprio rifugio arrugginito, una sorta di museo: si fa carico di una eredità derelitta da tutti, eppure, in qualche modo, necessaria.

E’ testardo, scrupoloso, incapace di mollare, anche quando tutti hanno abbandonato: il migliore – l’ultimo – nella sua categoria.

A sconvolgere l’appassionata inutilità del suo lavoro, sarà l’amore per un droide-sonda, chiamato eve: un robot bianco, lucido, dal design ultramoderno e perfetto, quasi fosse uscito dai laboratori della Apple, ma, rispetto alla sferragliante umanità di Wall-E, apparentemente incapace di sentimenti e di relazioni.

Stanton ed il suo team sono riusciti a donargli un’eleganza di movimenti invidiabile ed, attraverso il led blu degli occhi, un’espressività del tutto particolare.

Basterebbe il balletto nello spazio, per capire la straordinarietà del lavoro degli animatori.

L’incontro con EVE è per Wall-E un colpo di fulmine inaspettato, che lo trascinerà nello spazio profondo, sulla nave dove gli esseri umani, o ciò che rimane di loro, si sono rifugiati.

In una scena che rimanda all’allegra anarchia della gita al mare di Qualcuno volò sul nido del cuculo, Wall-E ed i robot difettosi, presenti sulla nave spaziale, porteranno scompiglio e libertà nella routine asettica della Axiom, condotta da un perfido timone automatico, con le fattezze di Hal 9000.

 

Mai la Pixar si era spinta così in avanti dal punto di vista narrativo.

La prima ora di Wall-E è strabiliante: immagini ferrose del pianeta terra, rumori, silenzio, musica e quasi nessuna parola.

La cosa più simile alla pura avanguardia vista al cinema negli ultimi anni, lascia uno sgomento senso di panico, un profondo monito etico.[1]

L’estetica dell’animazione ritorna alle sue origini: di fronte al profluvio di parole da screwball comedy dei concorrenti della Dreamworks, che aveva contagiato anche le ultime prove Pixar, qui siamo in completa controtendenza.

E’ la magia dei movimenti di macchina e della fotografia straordinariamente realistica, curata da Roger Deakins, a farla da padrone: il software utilizzato consente di simulare il formato Panavision in 70 mm, regalando a Wall-E l’aspetto tipico dei film di fantascienza, da Il Pianeta delle scimmie a 2001: odissea nello spazio.

Ma oltre alla stupefacente fotografia, occorre menzionare il lavoro mirabile di Ben Burtt sul sonoro.

L’inventore delle spade laser di Guerre Stellari e della lingua di R2-D2 e di E.T., qui ha superato se stesso: le “voci” di Wall-E e di Eve sono gli unici suoni, che rompono il silenzio che avvolge la prima parte del film.

Wall-E sembra quasi suggerirci che nella nostra pigrizia di consumatori senza più cinema e senza più nulla da comunicare, occorre rivolgere gli occhi alle stelle, così come fa un piccolo robot innamorato: allora forse torneremo a vedere noi stessi ed il mondo che viviamo, con un po’ di consapevolezza.

Imperdibili i titoli di coda – che raccontano il ritorno degli uomini sulla terra, come un viaggio nella storia dell’arte – ed il cortometraggio Presto!, che precede il film, girato nello stile fulminante dei Looney Tunes.

WALL-E ***1/2


[1] Federico Pedroni, La terra in un cubo di latta, Duellanti, 47/2008

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