Il quarto film di Athina Rachel Tsangari come regista è l’adattamento del romanzo omonimo del 2013 di Jim Crace, scritto con la produttrice Joslyn Barnes (Uncle Boonme, Zama, Cemetery of Splendour, Cafarnao).
Siamo nel Basso Medioevo, in un villaggio isolato e pacifico, dedito all’agricoltura e all’allevamento, retto dal remissivo e democratico padrone Charles Kent.
Quest’ultimo ha perduto la moglie, come il suo miglior amico, Walt, che alleva i maiali e sembra avere sulla comunità una certa positiva influenza.
Nel villaggio arriva un cartografo, Earle, con il compito di mappare la proprietà.
In tempo di raccolto, un incendio provocato da tre giovani sbandati viene invece attribuito a tre forestieri vestiti di nero: per punizione alla donna vengono tagliati i capelli, mentre i due uomini vengono messi alla gogna per una settimana.
Walt conosce la verità, ma rimane in silenzio. E anche per Charles è più semplice prendersela con gli stranieri. Jordan, il cugino di Charles, ha sul villaggio mire diverse, volendolo trasformare in un allevamento di pecore da lana, assai più redditizio.
Le conseguenze sulla comunità sarebbero però disastrose.
L’uccisione del cavallo preferito di Charles, Willowjack, è la scintilla di una ribellione che finirà malissimo: due donne, tra cui la vedova Gosse, che è l’amante di Kent, vengono accusate di stregoneria, assieme ad una bambina e al cartografo Earle.
Il film di Tsangari è un cupissima parabola proto-capitalista, che nel solco della metafora sembra raccontarci la progressiva trasformazione del lavoro e dello sviluppo demografico e sociale.
Ambientato in una natura attonita e muta, che l’uomo piega faticosamente alle sue necessità, Harvest è un apologo feroce su un mondo al tramonto, pronto anche insonsapevolemente ad abbracciare la modernità e le sue violenze. Responsabilità individuale e colpe collettive, superstizione e sfruttamento, disegni complessi e leader deboli: alla fine quello che rimane è l’immagine di un antieroe sconfitto. Un uomo giusto in un microcosmo impazzito, troppo debole per imporre un principio di giustizia, inevitabilmente destinato a rimane da solo, ultimo baluardo di un tempo felice ormai travolto da nuove necessità e nuove sfide.
E così mentre la carovana delle famiglie si sposta lontano dall’eden bucolico perduto, a Walt non resta che pestare la testa per dimenticare e ricominciare, mentre tutto brucia.
Il film è particolarmente ostile, soprattutto nel lungo prologo che si muove su ritmi estenuanti ed in cui eventi decisivi sembrano rimanere sullo sfondo di vicende personali minime. In realtà Tsangari costruisce lentamente le condizioni di un racconto a tesi, che si infiamma solo alla fine.
Harvest rimane lontanissimo dalla dimensione surreale e dall’ironia di Attenberg e Chevalier: qui prevale un naturalismo di illuminazione naturale, oscurità, fango e candele e che le riprese in pellicola 16mm immergono in una grana che smussa ogni confine.
Puro cinema da festival, decisamente old style come non se ne vede quasi più, rigoroso e tetragono, il film di Tsangari difficilmente troverà il suo pubblico nelle sale senza un riconoscimento importante.
Il talentuoso Caleb Landry Jones (Nitram, Dogman) questa volta interpreta il suo personaggio senza eccessi e quasi senza parole, rimanendo passivo all’interno di un minimalismo che viene arricchito solo dalla voce off, che accompagna la sua parabola crepuscolare.

