The White Lotus: nel mare di Taormina affiorano corpi e affondano amori

The White Lotus **1/2

Le prime battute della seconda stagione di The White Lotus tingono la serie di giallo. Tra le onde del mare di Taormina, un’ospite del resort a cinque stelle San Domenico Palace si imbatte in un cadavere. Quando la direttrice dell’hotel accorre sul posto veniamo a sapere che i cadaveri sono molti. Allo spettatore non vengono rivelati i nomi. La narrazione compie un salto all’indietro. C’è uno stacco: torniamo a sette giorni prima, al momento in cui i turisti, Jennifer, Greg, Daphne, Cameron, Harper, Ethan e la famiglia Di Grasso (tre generazioni, nonno, figlio e nipote) sbarcano sull’isola. È l’approdo dei ricchi americani in terra straniera.

Dopo il fortunato esordio ambientato alle Hawaii, che ha fruttato alla miniserie antologica di Mike White l’invidiabile bottino di dieci Emmy Awards, la produzione ha spostato il set in Sicilia. Tra i protagonisti, l’unico legame tra la prima e la seconda stagione è rappresentato da Tanya McQuoid (Jennifer Coolidge), l’infelice miliardaria con un patrimonio pari a 500 milioni di dollari. Tanya è uno dei personaggi iconici di The White Lotus e bene hanno fatto gli autori a riproporla. La ricordavamo in preda a continue crisi di pianto, talmente attaccata al ricordo della madre da non riuscire a staccarsi dalle sue ceneri, incapace di stabilire una relazione di lunga durata con gli uomini e alla ricerca di soluzioni olistiche alla sua crisi esistenziale. Due anni dopo, la ritroviamo sposata con Greg, l’impiegato del Bureau Land of Management (BLM, un acronimo da non confondere con il movimento Black Lives Matter…), conosciuto durante la precedente vacanza alle Hawaii. I problemi di Tanya, però, non sembrano risolti. Greg, annoiato dalla presenza dell’assistente, se ne va.

Mike White ha motivato la scelta della nuova location evidenziando il focus principale della stagione, le relazioni all’interno delle coppie, con particolare riguardo al tema sempreverde dell’adulterio. Quale migliore cornice? Siamo o non siamo la nazione che ha idealizzato le corna e inventato il melodramma? L’interpretazione della Sicilia da parte degli americani, per richiamare un aggettivo utilizzato dallo stesso White, è di stampo “mitologico”. A tratti lo sguardo incantato sul “Bel Paese” suscita fastidio, considerato l’uso, l’abuso e, nella migliore delle ipotesi, la manipolazione consapevole di luoghi comuni.

Diverse voci compongono il mito siculo-italico: politica, romanticismo, sesso, mafia e opera. I DiGrasso sono tornati in Sicilia sulla scia di romantiche aspettative, portandosi appresso un immaginario saturo di cultura televisiva e popolare. Paradigmatica è la scena in cui il clan al completo, per accontentare il desiderio del vecchio Bert (il fantastico F. Murray Abraham) va in pellegrinaggio sul set di The Godfather, un consolidato e imperdibile tour cinematografico fatto su misura per i fan della trilogia di Francis Ford Coppola, che realmente esiste. Qui si consuma una piccola tragedia generazionale. Il giovane Albie (Adam DiMarco) critica l’impianto ideologico del film – il patriarcato, il sessismo, il machismo – forte delle proprie convinzioni di ragazzo forse fin troppo ben educato. Bert e Dominic, il nonno e il padre di Albie, dissentono.

Portia (Haley Lu Richardson), la collaboratrice di Tanya, per fuggire dall’esilio dorato imposto dal suo capo ha accettato l’invito di Albie a seguirli, ma non ha nemmeno il tempo di prendere posizione. Il suo telefono squilla. Deve tornare in albergo perché Tanya, ovviamente, ha bisogno di lei. Portia, stagista precaria, ama dire che la sua datrice di lavoro ha un patrimonio immenso, mentre lei è proprietaria solo di un laptop. Non le dispiacerebbe fuggire via dall’impero della noia, magari con uomo più sicuro del tenero Albie. Già, la noia, lo stato d’animo dominante di The White Lotus. I ricchi sono incapaci di provare gioia, di infonderla in ciò che fanno. L’assenza di autenticità marchia a fuoco il loro stile di vita.

La paura frantuma le coppie. Nella stagione hawaiana la fragile unione di Shane e Rachel si disintegrava dall’interno, complice l’irruzione della madre di lui, per ricomporsi solo a tragedia avvenuta. A Taormina la frana si annuncia con discrezione. L’impatto con l’altro, o meglio con l’altra bolla (fuori dalla bolla, per i personaggi di The White Lotus, si estende un mondo selvaggio e inesplorato), innesca silenziose reazioni a catena e spinge verso esiti inaspettati. Cameron e Ethan, rispettivamente gli attori Theo James e Will Sharpe, sono ex compagni di college. Il primo, ricchissimo consulente finanziario, proviene da una famiglia agiata, il secondo, di origine più modeste, così ha fatto fortuna vendendo la propria start-up a una multinazionale del settore hi-tech. “Ce l’ho fatta a trentasei anni”, dice Ethan a Cameron. Per i tempi accelerati del capitalismo digitale, è in ritardo. Cameron è sposato con Daphne, Ethan con Harper.

In The White Lotus pochi osano sfuggire (nella prima stagione Quinn, il giovane nerd che decide di non tornare a casa, è l’unico esempio) al proprio ruolo predeterminato, in ragione dell’appartenenza familiare, o al conformismo sociale, di destra o di sinistra poco importa, indossato come una corazza identitaria. Il politically correct e la cancel culture sono atteggiamenti esclusivi, parole ritagliate su misura del radicalismo-chic, abiti buoni, al più, per pavoneggiarsi dentro. La gabbia dorata del woke, termine con cui ci si riferisce alle persone consapevoli delle disuguaglianze e delle discriminazioni economiche e sociali, alimenta invidia (paradossalmente, nei confronti di chi detesta l’atteggiamento woke), frustrazione e, per contrappasso, un desiderio di trasgressione.

Harper, avvocato specializzata in diritto del lavoro, prova orrore per le parole di Cameron e della consorte, che ammettono senza vergogna di non guardare mai i telegiornali e, soprattutto, di non essere andati a votare. Le due camere sono adiacenti e i rumori notturni rivelano molto dei rispettivi modi di intendere il matrimonio, esibizione di istinti coatti contro algida intesa mentale. Gli autori hanno disegnato con intelligenza profili antitetici, verosimili e sufficientemente complessi da non scadere, almeno qui, nel caricaturale.

Harper e Ethan, intellettualoidi progressisti, vivono sul filo dell’ipocrisia. Per entrambi la sessualità, e con essa l’orizzonte della maternità, è un argomento scivoloso. Viceversa Cameron e Daphne, compiaciuti qualunquisti, ignari del mondo circostante, nascondono i reali rapporti di forza interni alla coppia. Cameron, ossessionato dalla mera possibilità di non essere coinvolto in eventi importanti (la sindrome FOMO), si eccita all’idea che la moglie lo tradisca.

Un giorno Daphne convince Harper ad accompagnarla a Noto. In pieno giorno, un’orda di bellimbusti siculi si avvicina alle due americane inoltratesi nel cuore barocco dell’isola. La scena dell’assedio maschile al genere femminile costituisce un omaggio alla commedia all’italiana anni Sessanta? È un’opzione valida.

Non sempre è chiaro se The White Lotus insista sul lato parodistico con maturità e coscienza. La serie ha provato a trasmetterci un’idea di America infantile e ingenua, quasi che gli americani, nell’ebrezza consumistica, non possano divorare altro che un simulacro, un feticcio, un prodotto falsificato scambiato per autentico, oppure è l’Italia, a prescindere da deviazioni e giudizi affrettati, a non riuscire a scrollarsi di dosso una certa rappresentazione di sé, una maschera sfigurante, un travestimento/travisamento permanente, grottesco, immodificabile? Forse la verità sta nel mezzo.

A Noto, Daphne ha affittato una villa meravigliosa per trascorrervi la notte. Mentre le mogli dormono per conto loro, distanti, avvolte dallo sfarzo, Cameron cerca di convincere Ethan dell’inevitabilità del tradimento. Ethan non cede alla tentazione. Tuttavia, basta un indizio fuori posto per essere trascinati nel tritacarne dei sospetti. Il sospetto, questo ospite inquietante. Harper crederà alla versione del marito? È etico mentire per non rovinare un rapporto? I timori di Ethan sulle intenzioni lupesche di Cameron sono fondati?

Nella prima stagione qualcuno prendeva consapevolezza della mistificazione messa in atto nella proposizione di balli hawaiani in costume: folklore dato in pasto ai turisti, in sostanza a membri della classe bianca medio-elevata, responsabile dell’impoverimento della popolazione isolana. Cosa dire, invece, della scelta di associare la professione di escort a due amiche siciliane molto intraprendenti (adocchiano i passeggeri appena sbarcati a Taormina), dialoganti tra loro in un dialetto troppo esibito e pronte a farsi il segno della croce davanti alle immagini religiose? The White Lotus, calcando la mano sugli stereotipi antropologici, rischia la deriva macchiettistica.

Lucia e Mia, interpretate da Simona Tabasco e Beatrice Grannò, ai fini narrativi, rappresentano il classico elemento di disturbo dell’ordine costituito e, al contempo, il trait d’union tra persone e vicende diverse, anche in relazione al medesimo nucleo familiare. Lucia si innamora di Albie Di Grasso dopo aver… frequentato il padre Dominic, produttore di Hollywood per sua stessa ammissione malato di sesso. A Mia piace cantare e non esita a circuire, sempre con la moneta corrente di The White Lotus, la direttrice dell’hotel. Entrambe contribuiscono, involontariamente, ad innescare il dubbio nella relazione tra Harper e Ethan.

Valentina, la direttrice, è interpretata da Sabrina Impacciatore. Il personaggio è connotato da un prevedibile orientamento sessuale, al pari del suo omologo Armond della prima stagione, che però, nel suo caso, ne accentua la monodimensionalità. Tanto esplosivo era Armond (indimenticabile il suo festino d’addio in risposta alla lettera di licenziamento), tanto introversa e depressa è infatti la povera Valentina, segretamente innamorata di Isabella, la receptionist venuta da Milano. Nell’insieme, la componente italiana della serie, pur nell’encomiabile sforzo compiuto dal cast per adattarsi a quanto richiesto, è un punto debole.

Il principale punto a favore, viceversa, è assicurato dalle strepitose ambientazioni. Non solo le bellezze naturali di Taormina e dintorni, quanto, con particolare evidenza, le ville, le sale, i giardini, le piscine, gli interni, le decorazioni, le pareti affrescate, i quadri di pregio, le onnipresenti teste di moro, silenti testimoni, queste ultime, del declino della condizione umana. E poi il fattore urbano: le strade, i vicoli, le piazze inondate di sole e straripanti di una vitalità anch’essa condizionata, o meglio deturpata, dalle mode turistiche. La stagione hawaiana, girata durante i lockdown, centrifugava le storie in una location claustrofobica. Il “sogno italiano” si espande invece all’esterno. Emblematica è l’avventura palermitana di Tanya e Portia, a seguito di Quentin e Jack (Tom Hollander e Leo Woodall), facoltosi emigrati inglesi che si spacciano per zio e nipote. Al lusso si somma la lussuria. Una congrega formata da ricchi gay, provenienti da tutta Europa, anima le feste ospitate nella magnifica villa di Quentin. Non sempre, però, è tutto oro quel che luccica.

La selezione musicale, tranne sporadiche incursioni nella contemporaneità pop, conferma l’impressione di immobilità temporale affibiata al contesto, un’Italia sempre idealizzata. La playlist eterogenea, molto attenta al nostro glorioso passato, mostra una predilezione per la voce di Mina e il repertorio di Fabrizio De Andrè, sebbene il caro Faber venga gettato in un calderone che comprende anche Raffaella Carrà e Orietta Berti… Talvolta, la dissonanza cognitiva prevale sul piacere dell’ascolto. Il potere delle atmosfere vince sui significati del testo. Lo splendore poetico di Preghiera in inverno, per citarne una, fa da commento allo sguardo nello specchio di Harper, mentre assiste al cambio di costume di Cameron, infondendo alla scena un alone di straniamento, insidiosa seduzione e cupo mistero. Per il resto, la colonna sonora firmata da Cristobal Tapia De Veer si attesta sui consueti standard di raffinatezza, così come i titoli di testa.

Con pochi, mirati aggiustamenti la prima stagione avrebbe meritato lo status di capolavoro. La seconda risulta meno graffiante, meno cruda, meno irriverente. Nonostante i limiti, The White Lotus resta un’ottima serie di satira sociale. L’esperienza turistica su misura è il riflesso di un mondo triste, il contrappunto privato di una società in declino. Il sistema-resort si connota per il suo autoritarismo estetico. Impossibile abbandonarsi allo stupore, impossibile godere della bellezza (il lusso, al massimo, ne è la volgarizzazione). L’ethos dei ricchi suscita pena. La vacanza manda in frantumi equilibri precari e così le relazioni, sotto il peso del dubbio, si sfaldano. L’eros, da par suo, è ridotto a schermaglie di corpi infelici. Un eros asfittico, in agonia. L’amore, impigliato in trappole profonde, a volte risale in superficie. Ma con quale prospettiva? Gli aeroporti sono lo svincolo finale di esistenze in attesa di ritrovarsi o di perdersi per sempre.

Titolo originale: The White Lotus – Season 2
Numero di episodi: 7
Durata: un’ora l’uno
Distribuzione: Sky Atlantic
Uscita: 7 novembre – 19 dicembre 2022
Genere: Drama, Anthology, Satirical Serie

Consigliato a chi: ha una lista di parole da non usare, vorrebbe tenere un corso di gestualità italiana, pensa che non basti un foulard per sentirsi Monica Vitti.

Sconsigliato a chi: odia le porte intercomunicanti negli hotel, chiede il permesso prima di baciare, soffre di “desiderio mimetico”.

Visioni e letture parallele:

  • Avete voglia di un giro alternativo? Toxic Tour. Tra le rovine dei cambiamenti climatici. Disponibile su Arte.tv
  • Le guide turistiche sono concentrati di falso moralismo? Per Michel Houllebecq ,si. Il suo romanzo del 2001, Piattaforma, è pubblicato in Italia da La Nave di Teseo.

Una frase: “E’ sempre bello scoprire che altri hanno soldi, così non ti devi preoccupare che vogliano i tuoi” (Tanya).

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