Westworld 4: il sublime è l’ultima utopia in cui credere

Westworld 4 **1/2

Nella città del futuro Christina scrive storie per giochi di ruolo interattivi, dettandole a voce al suo computer olografico. Christina definisce il profilo di “personaggi non giocanti”, personaggi, cioè, con i quali i players umani non possono interagire. I capi della Olympiad Entertainment le chiedono di puntare su sangue e sesso, ma lei ha in mente vicende più intime, riflesso di vicende sepolte nella sua memoria. Christina, che divide con la sua amica Maya un appartamento in un grazioso quartiere di una metropoli tentacolare, riceve telefonate sempre più insistenti, e angosciate, da un numero sconosciuto. Una sera, di ritorno dall’ennesimo appuntamento al buio combinato appositamente per lei dalla sua coinquilina, si imbatte in un uomo in agguato sotto a un lampione.

L’uomo è lo stesso delle telefonate e aggredisce Christina, minacciandola con un coltello. Le sue parole rivelano una strana follia. “Con la tua storia mi hai rovinato la vita”. È come se… accusasse Christina di aver trascritto il suo destino, anticipando fatti e eventi. Poi, quell’uomo, letteralmente, scompare. Salvo ricomparire, il giorno dopo, in bilico sul tetto di un palazzo. Per lanciarsi nel vuoto.

Nei nuovi, attesi, episodi di Westworld, l’attrice Evan Rachel Wood interpreta quindi un personaggio differente da quello cui eravamo abituati nelle precedenti stagioni. Non è più la vecchia, cara Dolores Abernathy, la donna robot del parco giochi modellato sull’immaginario western, già morta centinaia di volte, bensì, appunto, una ragazza sensibile, decisa a ricominciare tutto daccapo.

Westworld necessitava di una svolta. La quarta stagione ridefinisce le ambizioni, nonché in certi casi le identità, di tutti i principali protagonisti. Wlliam, alias L’uomo in nero, torna in pista con l’obiettivo di impossessarsi dell’immenso patrimonio di dati accumulati nelle banche dati del sistema. Domanda lecita: il CEO del gruppo Delos, interpretato da Ed Harris, è ancora il William che conoscevamo oppure no? Intanto Clementine Pennyfeather, anche lei rediviva, lo assiste nei suoi propositi di riconquista con zelo encomiabile. Il personaggio che tra i cattivi cresce di più, acquisendo centralità nel racconto, è però Charlotte.

A partire dal terzo episodio, i propositi di Charlotte Hale, interpretata da una convincente Tessa Thompson, si chiariscono. Delos sta per lanciare un nuovo parco a tema, ispirato agli anni del Proibizionismo. Dietro le quinte di questa simulazione, che qualcuno giudica “scadente” (Maeve, ci torneremo dopo) si cela una trappola mortale per il genere umano.

Ad un livello superficiale, potremmo inquadrare le scelte di Charlotte e Christina secondo uno schema classico, due modi di intendere l’esistente (la struttura del Potere) antitetici e confliggenti. Se Charlotte intende vendicarsi dell’umanità, capovolgendo il fin troppo esplicito legame servo-padrone, al contrario la Dolores “originaria”, ora, divenuta Christina, anela semplicemente alla libertà, una condizione identica a quella di tutti gli altri. Nella terza stagione l’ex “ragazza della prateria”, colpita dall’empatia mostrata dal soldato Caleb anche nei confronti degli androidi del Parco, aveva messo nel mirino il sistema di controllo basato sui big data predittivi, con l’obiettivo di distruggerlo. Ora, sembra affrancata. In sintesi: c’è chi desidera la libertà altrui, compresa quindi la propria, e chi no.

Tuttavia, più la storia prosegue, più il desiderio di libertà di Christina si rivela essere un sogno effimero. Nel quinto episodio Teddy, un altro sopravvissuto di Westworld, molto vicino a colei che era Dolores, mostra a una scettica Christina la via per giungere alla verità, suggerendole di provare a modificare con la sola volontà il comportamento di due donne sedute su una panchina. Christina ci riesce, scoprendo così di poter tessere istantaneamente il filo delle vite altrui. Poco dopo entra in un bar per incontrare un’amica di vecchia data, Charlotte. Le due si conoscono. Christina è forse strumento della volontà altrui? Oppure è lei ad aver architettato un universo su misura, un antidoto all’infelicità, al rimorso, alla propria solitudine?

Westworld, è noto, presta il fianco a molte interpretazioni, non ultime di carattere filosofico. Sempre nel quinto episodio, Charlotte incalza William affinché sia più efficiente nell’eliminazione delle “anomalie”, gli uomini e le donne sfuggiti al Segnale (“la canzone senza suono”), deviando dai percorsi prestabiliti. La ribellione alla tecno-predestinazione comporta un pericolo aggiuntivo per i cosiddetti residenti, alias i non-umani. Alcuni di loro, a contatto con l’infezione umana, cioè il libero arbitrio, hanno messo fine alla propria vita. Il suicidio delle macchine è un imprevisto. Il progetto della Hale non mira all’incarcerazione dell’odiata umanità in un eterno loop, sebbene i carnefici amino giocare con le vittime (basti ricordare la grottesca coreografia comandata da Charlotte sulle note di Perfect Day di Lou Reed), no, l’obiettivo dei nuovi padroni del mondo è la “vittoria sulla carne”. La razza padrona, nelle intenzioni di  Charlotte, dovrà trascendere, raggiungere la perfezione, liberarsi dalla forma umana per assumerne una diversa, a piacimento.

“Non vogliamo un mondo migliore, ma un mondo perfetto”. Un mondo perfetto, non necessariamente migliore del precedente, parimenti esposto alla violenza e al dolore, è quel mondo che risponde al controllo. L’armonia che vi regna è quindi illusoria, frutto di una menzogna. L’infinita replicabilità degli eventi distrugge il senso dell’esistenza, che sta nella possibilità di morire una volta per tutte. Rendere il mondo reale significa sprofondarlo nell’irrealtà. William stesso è un clone del vero Man in Black, il fondatore della Delos. Incatenato a un totem cibernetico, un’inquietante parodia dell’uomo di Leonardo, ciò che resta di William (il cervello, le emozioni, le sensazioni, l’intelligenza, la crudeltà) è risvegliato dal sonno ogniqualvolta Charlotte o la sua replica ne hanno bisogno. “Chi sono io?”, chiede il clone al vero William. Una domanda senza facili risposte.

E Maeve Millay? Forse è lei, un personaggio fondamentale della saga di Westworld interpretato da Thandiwe Newton, a poter fornire la risposta cercata. All’inizio della quarta stagione vediamo Maeve consumare i giorni in una zona montana remota, in febbrile attesa di un segnale. L’occasione non tarda ad arrivare. Maeve, temibile nel combattimento e dotata di un’intelligenza incredibilmente espansa, si ricongiunge con un compagno di avventura, Caleb. Dismessi i panni del soldato, Caleb è tornato al suo lavoro di un tempo, quello di muratore. La virtualità del futuro, evidentemente, non può fare a meno di fondamenta concrete.

Caleb, che ha come sempre il volto di Aaron Paul, deve difendere la sua famiglia dagli assalti di forze ignote. Nel terzo episodio Maeve e Caleb si intrufolano nel nuovo Parco a tema, Temperance, una città americana degli Anni Venti del Novecento (“non badano a spese per le loro prigioni”), dove provocano una carneficina di… robot, per mischiarsi così ai “cadaveri” ed essere recuperati dalle guardie della Delos. In parallelo, assistiamo al risveglio dell’Uomo della Profezia, Bernard, accompagnato dal solito Ashley Stubbs, l’affidabile ex capo della Sicurezza, dotato dell’arma più tagliente, l’ironia.

“Ti ho preso un souvenir, una palla di neve dal Sublime”. I dialoghi e le singole battute disseminate nella serie possono sorprendere solo i neofiti di Westworld. È innegabile ravvisare un’estetica compiaciuta e coerente, mantenuta stagione dopo stagione, anche sul piano dello stile.

Bernard e Ashley, rispettivamente gli attori Jeffrey Wright e Luke Hemsworth, lanciano un’esca ad un gruppo di ribelli umani. Con il loro aiuto entrano nell’area delle “terre condannate”, una Zona di stalkeriana memoria, maledetta e disabitata. Bernard conosce in anticipo le reazioni di chi lo circonda, ribelli compresi, gli unici umani a ritenersi “liberi” dalla schiavitù del Segnale e a dimostrarlo nel corso di una spedizione in città per mettere in salvo un’anomalia.

Westworld reclama una lettura stratificata, per livelli, che sappia aderire alla logica complessa (i critici direbbero: complicata) del Gioco. Qual è il messaggio “politico” insito nella quarta stagione? Forse, è un monito lanciato a tutti i potenziali resistenti di oggi e di domani: verificare l’effettiva possibilità di essere un’alternativa al Sistema, in quanto l’opposizione, per quanto radicale, rischia di essere funzionale, se non addirittura un sottoprodotto, uno scarto, del Sistema stesso. E a proposito di stratificazioni, sotto la polvere, riposa Maeve, sepolta da una frana. Riportarla in “vita”, per l’ennesima volta, romperà la catena che ciclicamente conduce gli eventi alla distruzione? Anche il tempo, non meno della realtà, è una mera illusione.

La mosca è un elemento, un significante che riecheggia celebri creazioni letterarie e cinematografiche: il Signore delle Mosche di William Golding, titolo peraltro suggerito all’autore dal grande T.S. Eliot, dove si rinvia alla simbologia del Male assoluto, ma ancor di più, inevitabilmente, il remake de L’esperimento del dottor K targato David Cronenberg, anno 1986. Seth Brundle, l’ambizioso scienziato incapace di rapportarsi con nulla fuorchè le macchine, paga cara la sua ignoranza delle regole del corpo e della carne. Nella quarta stagione di Westworld la deriva kafkiana è esplicita. “La cultura non sopravvive, gli scarafaggi sì”, rivela William al suo clone nel settimo episodio, perché “la civilizzazione è solo una menzogna per nascondere il nostro vero scopo. Noi non siamo qui per trascendere, siamo qui per distruggere”. L’ultimo gioco, impostato proprio dal William ribelle, riporta l’Umanità a uno stato di natura basilare e ferino.

La ribellione del nichilista William nei confronti dell’ottimista Charlotte è la conferma della tesi esposta da Teddy a Christina: siamo solo riflessi di chi ci ha creato. Altro che infinita perfettibilità della razza! Il pessimismo è la nota saliente di Westworld. Copie e permutazioni continuano a perpetuare i difetti degli originali. La primitiva crudeltà non è riscattata dalla tecnologia avanzata dei replicanti. “I tuoi residenti non sono infetti, stanno scappando da te”, dice Caleb a Charlotte. Le vie dell’inferno sono lastricate dalle migliori intenzioni. Nel cuore, Caleb e Maeve, torturati e sfiniti, conservano il ricordo della proprie famiglie, delle rispettive figlie, reali o virtuali che siano. Immortale è la speranza della ricongiunzione con i propri cari, in definitiva, un sentimento puramente umano.

Sullo sfondo di un futuro immobile, Westworld tocca i punti critici del nostro presente, dalla diffusione delle pandemie alla crisi climatica (fuori dalla città artificiale sembra distendersi esclusivamente un deserto di polvere e rocce). I megacomputer della server farm, situati presso una diga, ricordano quelli utilizzati per la produzione di bitcoin: criptica fonte di ricchezza, la risorsa idroelettrica, in un pianeta sempre più arido e assetato. Centrali, i temi già noti, ovvero la profilazione identitaria imposta dagli algoritmi e le problematiche poste dall’ineludibile irruzione del virtuale nell’esistenza quotidiana.

Nella disamina del metaverso proposta dal filosofo australiano David Chalmers, la realtà virtuale non è una realtà di seconda classe, ma, semmai, di secondo livello, quindi contenuta nella realtà fisica e implementata da processi del mondo fisico, non meno reale, né meno significativa. Quando Christina scopre di essere all’interno del meccanismo del Sublime, comprende l’assurda fragilità del proprio status. Non è nel mondo reale, eppure, in qualche modo, da qualche parte, lei vive.

Sublime è ciò che in confronto a cui ogni altra cosa è piccolo, scriveva Kant nella terza Critica. L’inferiorità fisica corrisponde a quel sentimento di elevazione morale che ci fa percepire la nostra grandezza di uomini (e, aggiungiamo, donne). Nell’episodio conclusivo, il Sublime si configura come l’ultimo gioco, il labirinto in fondo al quale prevale una sola opzione tra sopravvivenza ed estinzione. La guerra fratricida è una traiettoria collettiva scritta invariabilmente nei nostri geni oppure un’ultima utopia, di pace, di convivenza, è un’idea in cui credere? La scommessa pericolosa di Dolores sarà vincente?

Dopo gli scivoloni delle precedenti stagioni, in particolare sul piano della scrittura e nella costruzione dell’intreccio (la ricerca della complessità, se non governata, può sfociare facilmente in confusione), Westworld ha ripreso parzialmente vigore. È possibile guardare alla quinta stagione, l’ultima, con un po’ di fiducia. Spettacolare sotto l’aspetto visivo e sorretta da un cast di alto livello, la serie più filosoficamente ambiziosa del catalogo HBO è ancora in piedi. Imperfetta e a tratti involuta, troppo compiaciuta della sua capacità di disorientare lo spettatore, Westworld è pur sempre fascinosa, unica e sinistramente lucida nel suo incedere profetico. “In ogni scenario io muoio”, afferma uno sconsolato Bernard. Muore ogni volta anche Westworld, eppure risorge, puntuale, dalle sue stesse ceneri.

Titolo originale: Westworld 4

Numero di episodi: 8

Durata: un’ora l’uno

Distribuzione: Sky Atlantic

Uscita: 27 giugno – 15 agosto 2022

Genere: Sci-Fi, Drama

Consigliato a chi: ha un amico immaginario, preferisce Hemingway a Scott Fitzgerald, ha desiderato uscire da una situazione scomoda con la sola forza del pensiero.

Sconsigliato a chi: detesta i toast al tonno, passa troppo tempo nel sistemarsi il cappello davanti allo specchio, ha il 40 per cento di possibilità di svegliarsi di cattivo umore.

Visioni e letture parallele:

  • L’intelligenza artificiale attende il sorgere del sole, un cortometraggio inquietante di Doug Aitken, Wilderness, 2022 – disponibile sulla piattaforma MUBI
  • Vogliamo sul serio ciò che sosteniamo di volere? È la domanda al centro delle ultime lezioni di Mark Fisher, Desiderio postcapitalista, Minimum Fax, 2022

Una rivelazione improvvisa: “Chi ha fatto questo a me?” (Christina) – “Sei stata tu” (Teddy).

Un oggetto: il giradischi nel teatro vuoto.

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