Bullet Train

Bullet Train **

Il nuovo film di David Leitch, lo stuntman passato alla regia con John Wick e poi Atomica Bionda, Deadpool 2 e Hobbs & Shaw, è tratto dal romanzo Maria Beetle, del giapponese Kōtarō Isaka, adattato per lo schermo da Zak Olkewicz.

Sotto l’egida della Columbia Pictures il film sembrava destinato a diventare un action di tutto rispetto diretto da Antoine Fuqua, poi il tono del progetto è cambiato radicalmente con il coinvolgimento di Pitt e Leitch, assumendo quello scanzonato e autoironico che oggi ritroviamo sul grande schermo.

Il protagonista è Ladybug (Coccinella) un killer a contratto non particolarmente fortunato, che ha il compito di recuperare per la sua mandante, Maria Beetle, una valigetta piena di soldi, che viaggia su un bullet train che collega Tokyo con Kyoto.

La valigetta ha uno sticker sul manico.

Sul treno però sono in molti ad essere interessati alla ventiquattrore: innanzitutto due fratelli, Lemon e Tangerine, che hanno il compito di riportare al temibile boss russo White Death il figlio rapito e liberato e la valigetta.

Ci sono poi una ragazzina che si finge una scolaretta, ma che è un mercenario che si fa chiamare Il Principe, il figlio di uno yakuza giapponese a cui White Death ha ucciso la moglie e distrutto la banda criminale.

Ci sono infine The Hornet, un’assassina che uccide col veleno e il messicano The Wolf, che cerca vendetta dopo che The Honert e Ladybug hanno decimato la sua famiglia e sua moglie, il giorno del suo matrimonio.

Su e giù attraverso le carrozze del treno, il nutrito gruppo di criminali cercherà di impossessarsi della valigetta e di vendere cara la pelle, mentre il treno si avvicina alla sua destinazione e White Deeath minaccia conseguenze irreparabili.

Bullet Train è un sottogenere di film action, che ormai abbiamo visto dozzine di volte: autoironico, consapevole, postmoderno, citazionista, pieno di battute sapide e non-sense, che stemperano e intervallano una serie di numeri d’azione parossistici ed esagerati, che Leitch riporta ad un certo realismo da stunt, ma che vivono anche grazie agli effetti speciali, che trasportano l’intero convoglio dalla California delle riprese ad un giappone ideale ricostruito in studio e in computer grafica.

Il problema di Bullet Train, come molti altri predecessori è che alla fine sembrano essersi divertiti di più coloro che l’hanno girato rispetto a chi lo guarderà sul grande schermo.

La teoria delle apparizioni – lo stesso Leitch, Channing Tatum, Ryan Reynolds, Sandra Bullock – il misterioso White Death, che rimane celato fino all’ultimo atto, il cazzeggio continuo su cui è costruito il duetto di Lemon e Tangerine, l’esistenzialismo da manuali di self-empowerment for dummies di Ladybug, i cliché su cui sono costruiti gli altri assassini, la faccia di porcellana di Joey King nei panni del Principe: è tutto fin troppo risaputo, scoperto, senza mai un sussulto di vera originalità.

Il copione di Olkewicz strizza continuamente l’occhio allo spettatore chiedendo complicità, ma la durata punitiva di questa commedia, che supera le due ore, fiaccherebbe ogni entusiasmo preventivo.

Lo stesso viaggio in treno è solo uno spunto concentrazionario per riunire i personaggi tutti in uno spazio limitato e comunque in movimento, sui far salire e scendere potenziali pericoli, in una logica da videogames che non interessa più a nessuno.

Il film funziona nella misura in cui si riesce a sopportare un Pitt gigione come non mai, che abbandona il suo understatement in favore di un curioso mix tra la caratterizzazione esagitata da L’esercito delle 12 scimmie e l’idiozia inconsapevole di Burn After Reading. 

Il film resta un pasticcio da ogni punto di vista, animato da un gusto camp, fatto di luci coloratissime, neon e fluo, fotografia ipersatura, colonna sonora vintage, con uno spruzzo di cultura pop giapponese, giusto per onorare le origini della storia.

Bullet Train, che vorrebbe essere leggero come un bicchierone di bubble tea, risulta pesante come il piombo, annegando i discreti corpo a corpo nei vagoni in una storia in cui la trama è così esile che si identifica del tutto nel suo macguffin.

L’ultimo atto fortunatamente è costruito meglio e lo scontro con White Death fornisce lo spunto per muovere un po’ i caratteri e usare finalmente il treno con strumento d’azione in sé.

Troppo poco e troppo tardi.

Film d’apertura al Festival di Locarno.

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