Everything Everywhere All at Once

Everything Everywhere All at Once **

Il secondo film dei Daniels (Daniel Kwan & Daniel Scheinert) dopo il bizzarro Swiss Army Man è stato uno dei rarissimi fenomeni indie al box office americano del 2022, conquistando oltre sessanta milioni di dollari a fronte di un budget di 25, che i fratelli Russo e la A24 hanno messo a disposizione per questa nuova commedia anarchica, capace di mescolare influenze diverse e lontane in un film che è un “mappazzone” indigeribile che vorrebbe essere divertente e profondo, senza mai davvero riuscirci.

I due registi e sceneggiatori stavano lavorando da oltre un decennio sull’idea del multiverso, prima che Spider-Man: un nuovo universo e  poi quasi tutti lo utilizzassero anche a cinema.

Incuranti del fatto che la loro idea geniale fosse già stata utilizzata molte volte, i due sono riusciti ugualmente a girare il loro Everything Everywhere All at Once appena prima dello scoppio della pandemia, lanciado il film due anni dopo al SXSW a marzo 2022 e poi nelle sale americane dove il film ha funzionato benissimo.

La protagonista è Evelyn, una donna di origini cinesi di mezza età, che gestisce una lavanderia a gettone negli Stati Uniti.  Il marito che lavora con lei sta per presentarle i documenti per la separazione, la figlia lesbica si è appena fidanzata con l’americana Becky e l’anziano padre Gong Gong è appena arrivato dalla Cina a complicare ulteriormente il quadro.

Un audit dell’IRS, l’agenzia delle entrate, fa salire lo stress di Evelyn a livelli di guardia. mentre attorno a lei si muovo forze incomprensibili: sono i personaggi dell’Alphaverse, che si muovo nell’universo di Evelyn, dopo aver sviluppato una tecnologia che consente il salto e l’acquisizione dei poteri e delle abilità delle altre versioni di sè, dando la caccia alla pericolosissima Jobu Tupaki, che riesce a manipolare la materia e a passare da una realtà all’altra, dopo aver creato una sorta di buco nero attorno ad un bagel gigante, che rischia di inghiottire tutti.

Vi siete persi? Non preoccupatevi. Il caos è proprio quello che cercano i Daniels, riducendo tuttavia l’intreccio ad appena un pugno di personaggi principali e di location – la lavanderia, il tempio bianco di Jobu Tupaki e l’ufficio dell’IRS – verosimilmente ricostruite in studio.

Il film mescola la commedia sociale all’action hongkonghese, la dimensione fantascientifica alla riflessione identitaria, il melò madre-figlia al nonsense comico.

Il cocktail è certamente originale, il sapore lascia tuttavia interdetti, perchè l’accumulo di suggestioni e dimensioni diverse alla lunga serve solo a coprire la semplicità di una storia che avrebbe meritato un tocco più gentile.

Invece i Daniels usano una mano pesantissima, usano i flashback con il macete, montano alternando suggestioni subliminali a pause incomprensibili, non rinunciano a idee stupide, come l’universo in cui i personaggi hanno dei wurstel al posto delle dita, per una risata di pancia, non riescono mai a trovare il ritmo giusto, procedendo con l’accumulo e le spiegazioni non richieste.

Il rapporto complesso tra una madre e una figlia, il carico delle aspettative che pesa sulle spalle degli immigrati di seconda generazione, i sacrifici dei loro genitori, la difficoltà di sentirsi parte di due culture diverse: i Daniels vorrebbero raccontarci tutto questo, ma non si fidano sino in fondo della forza della loro riflessione e riempiono così il loro film di specchietti per le allodole, diavolerie action e fantasy del tutto superflue, appesantendo una storia semplice fino a gonfiarla a due ore e venti minuti, la durata di un kolossal.

Si scorgono le buone intenzioni sommerse in un mare di eccentricità. Il film si affida al talento eclettico di Michelle Yeoh, ormai incasellata in ruoli materni, ma credibile anche quando la vediamo combattere come in The Heroic Trio o La tigre e il dragone.

Pasticciato.

 

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