Assassinio sul Nilo

Assassinio sul Nilo **

Il secondo adattamento dai romanzi di Agatha Christie, firmato da Kenneth Branagh, dopo il successo planetario di Assassinio sull’Orient-Express arriva nelle sale a quattro anni di distanza dalla prima avventura, anche in ragione dei rinvii dovuti al Covid.

Arriva soprattutto dopo che Cena con delitto di Rian Johnson ha riscritto con intelligenza i codici del whodunit, aggiornandone formula e intenzioni.

Branagh all’inizio prova ad infondere linfa nuova al racconto, con una doppia introduzione che comincia con il bianco e nero delle trincee della prima guerra mondiale, dove l’arguzia di Poirot è già evidente, ma non salva il suo capitano da un agguato mortale, lasciando anche a lui una vasta cicatrice che i celeberrimi baffi copriranno strategicamente.

Quindi ritroviamo Poirot a Londra in un night club, nel 1937, mentre osserva il formarsi del pericoloso triangolo tra lo spiantato ma attraente Simon Doyle, la fidanzata Jacqueline de Bellefort e la ricchissima ereditiera Linnet Ridgeway, accompagnato dalle note del blues cantato da Salome Otterbourne.

Si ritroveranno poi tutti in Egitto, per le nozze improvvise di Linnet e Simon, Poirot invitato a partecipare alle nozze dall’amico Bouc, incontrato per caso una mattina sulla spianata delle piramidi.

La gelosia di Jaqueline sembra minacciare la serenità della coppia di sposini e così Poirot viene invitato a restare con loro quando si imbarcano sulla Karnak, per una crociera sul Nilo.

Sulla barca ci sono anche Bouc e la madre, Salome Otterbourne e la nipote Rosalie, segretamente innamorata di Bouc, il medico Linus Windlesham, ex fidanzato della sposa, Andrew Katchadourian cugino a amministratore dei beni di Linnet, la socialite ora comunista Marie Van Schuyler con la sua accompagnatrice e infermiera Mrs. Bowers e Louise Bourget, la cameriera di Linnet.

Dopo un primo incidente al tempio di Abu Simbel, che per poco non si rivela mortale per Linnet e Simon, Jaqueline, al colmo della gelosia, spara a Simon, colpendolo ad una gamba. La mattina successiva la bella ereditiera viene ritrovata cadavere.

E’ solo l’inizio di una scia di sangue che accompagnerà la Karnak fino al suo rientro in porto.

Branagh è chiamato a dare lustro ad una produzione di pura commissione, facendo sfoggio della sua magniloquenza registica: la scelta di girare in pellicola a 65mm con il fidato direttore della fotografia cipriota Haris Zambarloukos, è funzionale al progetto. La macchina da presa asseconda con dolly impossibili e sinuosità fin esagerata il continuo rutilare attorno ad un set che è sostanzialmente sempre lo stesso, quello della Karnak, ricostruita ad hoc in studio.

L’idea di introdurre elementi biografici nuovi sul misterioso Poirot e i suoi curiosi baffi funziona bene, così come quella di far precedere alla parte nordafricana un incipit londinese, anticipando l’introduzione dei personaggi. Spostare poi molto tardi nel racconto il primo delitto, lascia a Branagh la possibilità di approfondire lo spazio dei diversi caratteri. Peccato che il copione di Michael Green alterni a questa solida costruzione narrativa, una serie di dialoghi così fiacchi e antichi che sviliscono ogni tentativo di rendere maturo e credibile il grande set della crociera.

Non appena aprono bocca i personaggi perdono credibilità, ritornando figure di un romanzo vecchio ormai un secolo e non particolarmente brillante, caratteri piatti e bidimensionali, che inutilmente la regia inquieta di Branagh cerca di vivificare proprio con questa insistita circolarità che non riesce mai a trasferirsi alla sua storia.

Ricordavamo all’inizio che proprio a metà tra questi due nuovi adattamenti dai romanzi della Christie, Rian Johnson ci ha regalato il più intelligente e inedito dei gialli, omaggio implicito alla scrittrice inglese, che ha reso imprevedibilmente vecchi e inutili gli adattamenti ufficiali, bloccati in una dimensione polverosa ed evidentemente frutto di un lavoro professionale, privo di qualsiasi passione o brillantezza.

Anche la scelta del casting è questa volta piuttosto infelice e non basta il fascino naturale della Gadot a sostenere un ensemble in cui l’unico spunto interessante è quello che ci fornisce la Salome Otterbourne di Sophie Okonedo, che sembra capace di risvegliare in Poirot desideri sepolti nel passato.

Il fatto poi che il protagonista maschile, Armie Hammer, sia caduto in disgrazia per accuse di comportamenti sessualmente inappropriati, di fronte al tribunale popolare del #metoo, non ha di certo aiutato la promozione del film.

Pregevole invece, come sempre, la colonna sonora dello scozzese Patrick Doyle, collaboratore di Branagh sin dal suo esordio con l’Enrico V.

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