Yellowjackets: sopravvivere a se stessi, agli anni ’90 e ad un disastro aereo

Yellowjackets  *** 1/2

Un aereo che trasporta una squadra di calcio femminile del New Jersey verso i campionati nazionali di categoria e la sperata gloria sportiva si schianta tra le montagne canadesi. Siamo nel 1996, i mezzi di comunicazione sono diffusi, ma ancora niente di paragonabile con la pervasività odierna e così le ragazze e i loro accompagnatori sono costretti a trascorrere 19 mesi in condizioni estreme, attendendo l’arrivo dei soccorsi. Un trauma che condizionerà tutto il resto della loro vita e che nessuna delle superstiti sembra aver superato a distanza di 25 anni. Il loro equilibrio precario, per quanto accompagnato da qualche apparente successo professionale o familiare, viene messo in discussione dalle domande di una giornalista che vuole scrivere un libro su quello che è veramente accaduto tra le foreste dell’Ontario e dal suicidio di Trevis, uno dei sopravvissuti. La sua morte non convince affatto l’ex compagna Natalie che pensa sia stato ucciso e quindi si mette a indagare con la collaborazione di Misty, anche lei una Yellowjackets, infermiera e aspirante detective. Il suicidio/omicidio di Trevis non è però l’unico elemento a spingere le Yellowjackets sopravvissute a collaborare: messaggi di estorsione minacciano di diffondere segreti del passato che nessuna di loro ha intenzione di rivelare.

Dalla trama emerge la peculiarità della serie e cioè proporre un mix di generi: c’è sicuramente una parte drammatica che si articola a sua volta tra teen (il passato) e family/middle age (i rapporti odierni), una parte horror, una thriller e un riferimento al genere survival drama. C’è chi ha paragonato la serie a un incrocio tra Lost e Lord of The Flies, ma in effetti c’è molto di più. Soprattutto incombe sullo sviluppo del racconto un senso di inenarrabilità: è successo qualcosa laggiù di così tremendo da non potersi raccontare, nemmeno all’interno di uno spazio protetto (famiglia) o di un rapporto privilegiato (relazione di coppia o amicizia). E’ naturale che il registro sia quello drammatico, con affondi nel misterioso[1] e nel raccapricciante: una visione ardua, se non fosse spesso accompagnata dalla leggerezza dello humor che consente di seguire le vicende, soprattutto in verità quelle odierne, con il sorriso sulle labbra. La grande qualità della scrittura è proprio quella di rendere questo mix di generi e toni godibile e stimolante per lo spettatore che viene incalzato dallo sviluppo della storia per capire chi sta ricattando le donne, chi ha ucciso Trevis e cosa può essere successo di così tremendo durante quei 19 mesi di permanenza forzata nei boschi. Il sospetto è quello del cannibalismo, ma fino alla fine non vengono svelate tutte le carte, lasciando allo spettatore solo delle convinzioni personali, di quelle da condividere con gli altri fan, come in effetti è successo nelle chat e nei gruppi creati dai fan della serie.

Yellowjackets sintetizza alcuni elementi tipici della serialità degli ultimi vent’anni: ritroviamo infatti l’intrecciarsi di diverse linee temporali (2, forse anche 3 se consideriamo i numerosi riferimenti ad accadimenti precedenti alla partenza dell’aereo e quindi precedenti al 1996), il mix di generi, il richiamo nostalgico a un determinato periodo storico, la ripresa di fatti realmente accaduti[2], modificati e rielaborati con notevole libertà, il ricorso a un linguaggio estremo che non nasconde niente allo sguardo dello spettatore, anzi esibisce, soprattutto la violenza.

Il cast è ottimo, non solo singolarmente, ma anche nell’alchimia di gruppo, sia nella parte che racconta gli anni ’90, sia in quella odierna che vede Misty (Christina Ricci), Natalie (Juliette Lewis), Shuana (Melanie Lynskey) e Taissa (Tawny Cypress) impegnate a difendere la pseudo-normalità che hanno costruito sul trauma comune. Di fatto ci troviamo di fronte a delle outsider e questo le rende terribilmente interessanti e umane: l’immagine di casalinga madre moglie che si è costruita Shauna o di una politicante di successo di Taissa, nasconde le stesse fragilità di  Natalie, che è appena uscita da un centro di recupero, o di Misty, che trova la principale relazione affettiva nel rapporto con il suo pappagallo.  Ricci e Lewis sono state peraltro protagoniste degli anni ’90, realizzando film di successo come, rispettivamente, Fear and Loathing in Las Vegas (1998) e Sleepy Hollow (1999) la Ricci, Cape Fear (1991) e Natural Born Killers (1994) la Lewis. Meritano un apprezzamento anche le loro versioni da adolescenti e in questo dramma corale sarà molto probabile trovare interpretazioni femminili da Emmy Awards. Di stampo femminile è anche la regia della maggior parte degli episodi, con il pilota affidato a Karyn Kusuma (In-treatment e The Outsider – link tra gli altri). L’idea della serie è invece dei produttori esecutivi Bart Nickerson e Ashley Lyle (Narcos – link, Narcos Mexico)

Tra gli elementi della serie che contribuisce maggiormente a immergere lo spettatore negli anni ’90 c’è la colonna sonora, che presenta sonorità ad ampio spettro dall’R+B al rock, dall’hip-hop alla musica elettronica: potrete facilmente ritrovare le sonorità del periodo nei brani di PJ Harvey, dei Radiohead, di Liz Phair, degli Smashing Pumpinks, dei Salt-N-Peppa e dei Cranberries. A livello narrativo la musica accompagna le vicende e scandisce il ritmo del racconto. Un ritmo sempre molto alto: i colpi di scena sono davvero numerosissimi.

Lo show ha riscosso un notevole gradimento di critica e di pubblico: si tratta infatti di uno dei maggiori successi della piattaforma digitale di Showtime che ha deciso di rinnovarlo per una seconda stagione. Yellowjackets 2 dovrebbe debuttare in streaming entro il 2022.

Del resto il finale lascia chiaramente intendere l’ambizione a un arco narrativo che poggi su più stagioni e i fan stanno già approfondendo tutti i possibili sviluppi della vicenda, interrogandosi soprattutto sul personaggio rilanciato nell’apertissimo finale di stagione.

Titolo originale: Yellowjackets
Durata media episodio: 55 minuti
Numero degli episodi: 10
Distribuzione streaming: Sky Atlantic, NOW
Genere: Horror, Thriller, Survival, Drama

Consigliato: a quanti amano i racconti al femminile estremi, ricchi di chiavi di lettura, in cui il genere passa in secondo piano a fronte del piacere della narrazione.

Sconsigliato: a quanti cercano prodotti chiusi o comunque con un finale che sia qualcosa di più di un cliffhanger per la seconda stagione.

Visioni parallele: per gli amanti dei survival drama a tinte forti c’è Alive- Sopravvissuti, del 1993. Il film di Frank Marshall, con Ethan Hawke, racconta la drammatica lotta per la sopravvivenza della nazionale uruguaiana di rugby il cui aereo precipita sulle Ande nel 1972. Un periodo storico che appare molto lontano, soprattutto per le comunicazioni: sorprende però che il racconto di quanto accaduto a metà degli anni ’90 non sia molto differente.

Un’immagine: Shauna sembra una casalinga tranquilla, in pace con le proprie ambizioni e invece nasconde rabbia e determinazione. Lo scopriamo quando prende un coniglio nel suo giardino e, senza la minima pietà, lo uccide e lo spella per servirlo alla famiglia, che naturalmente non crede che lei l’abbia catturato e cucinato. Il suo personaggio è quello più interessante per sviluppare il temi della direzione che ha preso la vita delle ragazze sopravvissute a distanza di 25 anni e consente una riflessione e una negoziazione allo spettatore che era adolescente negli anni ’90.

[1] Il senso di mistero e di tensione che caratterizza la vicenda si è peraltro manifestato anche sul set: infatti i copioni venivano distribuiti agli attori di settimana in settimana, non solo per favorire l’immedesimazione con i cambiamenti del loro personaggio, ma anche per evitare fuga di notizie o spoiler. Una prassi diffusa in quei prodotti mediali che vogliono portare il pubblico a fare congetture, scambiarsi pareri, confrontare teorie e supposizioni su quello che accadrà. In questi casi la riservatezza è determinante.

[2] La memoria va al 1972 e al dramma della squadra di rugby uruguagia, accompagnata da alcuni familiari, il cui aereo precipitò sulle Ande nel tragitto verso il Cile. I soccorsi setacciarono per settimane un’area ove le vette delle montagne arrivavano a 5.000 metri: persero la vita 29 persone, mentre 16 sopravvissuti furono tratti in salvo solo poco prima di Natale.

E tu, cosa ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.