La fiera delle illusioni – Nightmare Alley

La fiera delle illusioni – Nightmare Alley **1/2

Dopo aver coronato con l’Oscar per La forma dell’acqua i suoi primi venticinque anni di carriera cinematografica, Guillermo Del Toro ha deciso di ripartire da un romanzo che Ron Perlman gli aveva regalato nei primi anni novanta: Nightmare Alley di William Lindsay Gresham.

Gresham, che lavorava come editor per una rivista pulp nella New York degli anni ’40, aveva scritto il romanzo, il primo della sua carriera, dopo aver parlato con un giostraio che aveva combattuto nella Guerra di Spagna a fianco dei volontari repubblicani. Il suo lavoro era uno studio delle ombre più oscure che si allungavano sul mondo dello spettacolo al suo livello più basso, nelle fiere itineranti, negli spettacoli di freaks, in cui disperati, imbroglioni e giocatori senza scrupoli, si facevano beffe di un pubblico desideroso di credere alle loro illusioni.

Il romanzo aveva già trovato un primo adattamento, subito dopo la sua pubblicazione nel 1947, grazie a Tyrone Power che voleva uscire dal cliché dei suoi di romantico avventuriero, interpretando il protagonista Stan Carlisle.

Del Toro ha scritto con la compagna e critico Kim Morgan un nuovo adattamento dell’imponente romanzo dostoevskiano, accentuando gli elementi più oscuri di una storia che si muove in un territorio a cavallo tra noir ed orrore.

Il film comincia con il protagonista, il taciturno Stan, che trascina un cadavere nel seminterrato di una casa isolata in mezzo alla campagna e gli dà fuoco. Raccolte le sue poche cose si mette in cammino. Una corriera lo porta lontano, fino a quando si imbatte in una fiera di paese. Attratto dalla giovane donna elettrica, Molly, si ferma ad osservare gli altri numeri, in particolare il ripugnante Geek Show, lo spettacolo dell’uomo-bestia, che il capo giostraio, Clem, conduce in prima persona.

Dopo aver aiutato l’uomo forzuto a smontare le tende per una tempesta imminente, si unisce al gruppo, si sposta con loro e aiuta gli altri nei loro numeri. In particolare la maga Zeena e suo marito Pete, un mentalista, sempre attaccato alla bottiglia, da cui si fa insegnare i trucchi per mettere in piedi un numero di lettura del pensiero quasi infallibile.

Quando riesce a imbrogliare il capo della polizia, che aveva fatto irruzione nella fiera per indagare i metodi poco ortodossi di Clem e degli altri, diventa il beniamino dei giostrai e attira le attenzioni di Molly.

Dopo la morte accidentale (?) di Pete, Stan e Molly abbandonano gli altri e vanno a Chicago. Per due anni mettono in scena il loro numero, fino a quando la psicologa Lilith Ritter non interrompe il loro numero, cercando di metterli in difficoltà. Stan se la cava ugualmente con l’esperienza e l’intuito, attirando l’attenzione di un potente giudice locale, che decide di assumere Stan per un consulto privato che lo metta in contatto con il figlio morto sotto le armi.

Nonostante Pete e Zeena l’abbiano messo in guardia dal mettere in scena degli “spook show”, ovvero degli spettacoli di spiritismo, Pete accetta, allettato dal cachet promesso.

Grazie all’aiuto della psicologa, che conosce i segreti dei suoi pazienti e che ne registra tutte le conversazioni, Pete può fare sfoggio di qualità che non possiede, spingendosi però verso territori e persone pericolosi e sconosciuti.

Chi ha amato le atmosfere fiabesche e zuccherose de La forma dell’acqua, probabilmente non troverà molto a cui aggrapparsi in questo torbido, angosciante La fiera delle illusioni.

I personaggi qui sono virati al nero, ambigui, avidi, approfittatori: difficile parteggiare per qualcuno di loro, se non forse per l’ingenua Molly, l’unica anima candida, in mondo di lupi, pronti a sbranarsi l’un con l’altro.

Il fatto che Del Toro comincia il suo film, instillandoci il dubbio che anche il suo protagonista non sia altro che un assassino poco di buono, ci mette subito in una posizione di diffidenza nei suoi riguardi.

Lo percepiamo poi subito come un uomo del destino, capace di afferrare il proprio senza scrupoli, approfittando delle situazioni, della sua faccia da schiaffi e di una scaltrezza contadina che gli è rimasta addosso, anche nella grande città.

Solo che il mondo in cui si addentra è assai più inquieto e mutevole di quanto non immagina. Le apparenze ingannano, le donne tradiscono, gli uomini servono solo il proprio ego e il potere.

E così il racconto dell’ascesa di un uomo che pensa di essere capace tenere a bada i suoi peggiori istinti e di manipolare la mente degli altri, diventa quello della sua caduta rovinosa, preda degli stessi inganni – questa volta assai meno innocenti – che lui pratica per vivere.

Del Toro usa in modo sapiente gli ingredienti drammatici del noir classico, senza tuttavia indugiare nei cliché visivi che di solito vi si accompagnano, amplificando così l’ambiguità morale del suo film e lasciando costantemente lo spettatore in un limbo da cui può solo osservare l’inesorabile arco narrativo che circolarmente chiude il protagonista in una morsa da cui non riesce ad uscire.

Questa volta Del Toro costruisce il suo piccolo universo narrativo, non attraverso l’uso di maschere deformanti, ma nascondendo dietro i volti levigati dei suoi attori, una natura brutale e animalesca. Ed è spiazzante perchè sembra porsi all’opposto rispetto al percorso fin qui condotto, alla ricerca di magia e umanità dentro gli angoli più oscuri della natura umana. Forse la prima parte funziona meglio della seconda, in cui il meccanismo è più scoperto e prevedibile.

Il film era stato pensato per Leonardo Di Caprio, probabilmente più adatto di Bradley Cooper per il ruolo del protagonista, un antieroe che improvvisamente capisce di essere lui stesso la vittima di quell’inganno che pensava di governare.

La Blanchett sembra nata per il ruolo della femme fatale, così come Rooney Mara per quello dell’anima pura.  A Willem Dafoe e a Tim Blake Nelson toccano i ruoli dei capo giostrai, custodi dei segreti di tutti, aguzzini implacabili e sfruttatori delle debolezze altrui.

David Strathairn e Toni Colette sono i mentori di Stan, Pete e Zeena: inutilmente cercheranno di avvertire il protagonista della pericolosità di spingere l’inganno oltre i confini del palcoscenico.

La fotografia del danese Dan Lautsen, collaboratore di lunga data di Del Toro, è notturna e densa, ma con meno tagli di luce di come ce la saremmo aspettata, mentre il lavoro della scenografa Tamara Deverell è sorprendente, sia nei colori dorati e nel legno dello studio art-deco della dottoressa Ritter, sia nella grande casa del magnate Ezra Grindle così come nella cartapesta decadente delle fiere di paese.

Come ha scritto Debruge su Variety, La fiera delle illusioni è “una favola morale meravigliosa e fantasticamente sinistra sulla crudele prevedibilità della natura umana e sul modo in cui interi sistemi – dai giostrai e dai truffatori, agli strizzacervelli e ai predicatori della domenica – sono progettati per sfruttarla“.

In Italia dal 27 gennaio 2022.

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