House of Gucci

House of Gucci **

Tratto dal libro di Sara Gay Forden e fortemente voluto dalla moglie Giannina Facio, il nuovo film Ridley Scott racconta la catastrofica dissoluzione della famiglia Gucci, a capo di uno dei brand più noti e imitati della moda, fino al 1993.

L’impero, fondato da Guccio Gucci a Firenze negli anni ’20 aveva visto la sua esplosione nel secondo dopoguerra, quando i figli Rodolfo e soprattutto Aldo, presidente fino al 1983, lo trasformarono in uno dei simboli del Made in Italy negli Stati Uniti e nel mondo.

Il film di Scott tuttavia si concentra sul lungo periodo delle faide familiari tra figli e nipoti, per il controllo del gruppo.

A metà anni ’70 il giovane Maurizio, figlio di Rodolfo, allora studente di giurisprudenza, conosce ad una festa e poi sposa, contro i desideri del padre, la giovane Patrizia Reggiani, che lavora in una ditta di autotrasporti, ma è scaltra e ambiziosa, quanto poco istruita e lontana dal mondo del lusso, dell’arte e della bellezza in cui il marito ha sempre vissuto.

Emarginato dal padre, Maurizio finisce sotto l’ala dello zio Aldo, che vede in lui un possibile alleato per consolidare il suo potere all’interno della società.

Tuttavia Patrizia ha altro in mente e un passo alla volta convince Maurizio, diventato dopo la morte di Rodolfo il maggior azionista, ad assumere il controllo della Gucci, usando Aldo e il cugino Paolo, in una battaglia senza esclusione di colpi.

I rapporti personali tra Patrizia e Maurizio si lacerano e quando lui la abbandona, concedendole un ricchissimo divorzio, l’ira vendicativa della donna si alimenta con le cattive frequentazioni dell’amica Pina Auriemma, sensitiva e confidente, che la spingerà ad una soluzione estrema.

Scott ha scelto un cast sontuoso per questo adattamento, ispirato alla storia vera di Maurizio e Patrizia Gucci, ma mi pare abbia sbagliato completamente il tono con cui raccontare questa storia.

Il film ha il passo della commedia grottesca, sottolinea le esagerazioni eccentriche dei personaggi, la loro avidità, i loro motivi personali, le loro meschinità piccine. Ne fa caratteri da operetta, inconsapevoli distruttori di una fortuna ricevuta in eredità.

Invece nella faida dei Gucci, conclusa con un omicidio in pieno giorno e con una lunga condanna, si sentono echi tragici da grande melodramma. Questo è un racconto in cui la forza del destino finisce per vanificare gli sforzi di tutti, regalando a ciascuno un finale di partita nero come la pece.

Nel delirio delle ambizioni e della vanità si consuma un gioco al massacro, in cui non restano che sconfitti.

Tutto questo nel film di Scott si avverte soltanto, perchè prevale il gusto per la caricatura: il film è uno showcase di pessima recitazione sopra le righe, in cui trucco e protesi, abiti e costumi si incaricano di sostenere maschere, che trasmettono solo la mediocrità dei personaggi. Accenti improbabili, italianismi inutili, sguardi torvi, espressività esagerata: tutto concorre ad appesantire una messa in scena inutilmente barocca.

Lady Gaga se la cava anche discretamente nel ruolo della manipolatrice arrivista, meschina ed esagerata, mentre Adam Driver è un Maurizio tanto freddo e trattenuto, quanto inconsapevole delle forze che sta scatenando. Un Pacino appesantito e invecchiato se la cava di mestiere, accanto ad un irriconoscibile Jared Leto, a cui tocca un personaggio che tutti continuano a chiamare idiota e che non sembra voler smentire la sua fama. Il resto sono apparizioni di contorno, appena meno caricaturali.

Tom Ford vedendo il film non ha riconosciuto i personaggi, che lanciarono la sua carriera di stilista. Realtà e rappresentazione sono spesso distanti, per necessità drammaturgiche, tuttavia in questo caso prevale solo un gusto camp esagerato.

Quality is remembered long after price is forgotten“. La famosa massima di Aldo Gucci avrebbe dovuto essere applicata anche a questo adattamento, in cui invece prevale una bulimica e ridondante quantità, che nella trascuratezza dell’insieme si avvicina spesso alla parodia.

Scott e i suoi sceneggiatori, Becky Johnston e Roberto Bentivegna, al suo primo copione importante, sprecano tutto il potenziale drammatico, inseguendo il lato grottesco di una famiglia certamente fuori scala.

Il film forse vorrebbe replicare gli stessi sapori forti che contraddistinguono l’identità del marchio italiano, almeno dagli anni ’70 in avanti, tuttavia House of Gucci finisce per assomigliare di più a quei falsi che Patrizia recupera a poche lire in un mercatino milanese e che inquinano e diluiscono l’eredità e l’identità del marchio.

Sgradevole ed evanescente.

 

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