Ted Lasso: una seconda stagione più ricca di sfumature, senza perdere ironia

Ted Lasso 2 ***

Avevamo lasciato l’allenatore Ted Lasso e il suo Richmond condannati, dopo la sconfitta subita dal Manchester City, alla retrocessione in Premiership (la serie B inglese). Un risultato piuttosto scontato quando metti in panchina un allenatore come Ted (Jason Sudeikis) che non conosce quasi nulla del calcio e che per di più è un americano che si trova a fare i conti con la cultura (non solo calcistica) di un Paese diverso. Una mossa studiata dalla Presidente del Club, Rebecca (Hannah Waddingham), per far retrocedere il Richmond e così ferire mortalmente l’ex-marito, tifosissimo del club. Un piano subdolo che però nel corso della prima stagione ha assunto dei risvolti inaspettati e incontrollabili: Ted infatti ha creato un’alchimia all’interno della squadra e della società che, anche se non ha permesso di superare i limiti sportivi dei giocatori e dello staff tecnico, ha costruito dei rapporti umani importanti, spingendo la stessa Rebecca ad appassionarsi al Club e a confermare l’allenatore anche per la nuova stagione.

Eccoci quindi di nuovo alle prese con le vicende dell’AFC Richmond, impegnato in Premiership e in FA Cup, quest’ultima naturale palcoscenico per le favole sportive perché permette ai club di tutto il Paese di sfidarsi, indipendentemente dalla categoria di appartenenza. Lasso vede ampliarsi il suo improbabile staff, i diamond dogs, con l’ingresso dell’ex campione del Chelsea e del Richmond, Roy Kent (Brett Goldstein): un vero duro, capace di completare con il suo carisma lo staff e di ampliarne le dinamiche, introducendo un interessante elemento di discontinuità caratteriale. Nel frattempo i problemi psicologici del giocatore Dani Rojas (Cristo Fernandez) che con un rigore ha ucciso accidentalmente Earl, il cane mascotte della squadra, hanno spinto la dirigenza ad assumere una mental coach, Sharon Fieldstone (Sarah Niles) il cui rapporto con Lasso è inizialmente piuttosto freddo e distaccato. Il tempo consentirà ad entrambi di avvicinarsi l’uno all’altra.

Nel frattempo Keeley (Juno Temple), la bella fidanzata di Roy, dopo aver fatto di tutto per farlo ritornare nel mondo del calcio, inizia a sentirsi soffocata dalla sua presenza quotidiana sul posto di lavoro; Rebecca ha invece deciso di trovare un nuovo compagno, utilizzando un social network che permette contatti senza sapere niente del tuo interlocutore. Il che, naturalmente, può riservare delle sorprese inaspettate. Jamie Tartt (Phil Dunster), supponente ex bomber della squadra, passato prima al Manchester City e poi uscito dal mondo del calcio per partecipare ad un talent show, sembra disposto a cambiare atteggiamento e a ridurre le pretese pur di tornare nel Richmond. Ted decide di dargli una chance, ma lo spogliatoio non sembra disposto a concedergli alcun credito, né sportivo, né umano.

Nella prima stagione dello show la leggerezza e l’ottimismo con cui il coach Lasso si è confrontato con gli alti e bassi dello sport (e della vita) hanno rappresentato una declinazione piacevole e tutt’altro che banale del tradizionale racconto di formazione sportiva. Il calcio era soprattutto lo sfondo per far risaltare al meglio una storia di singoli e di culture ricca di spunti applicabili da ciascuno nel lavoro, nel proprio gruppo, nella propria squadra. E, alla fine, anche nella propria vita. Libera dalla necessità di presentare i caratteri e di introdurci al loro mondo, questa seconda stagione ha potuto dare più spazio ai personaggi amati dal pubblico, come Roy, e indagare in modo più sottile la psicologia di quelli già al centro del racconto, come Ted.

Le vicende di Roy, sia sportive che personali, sono quelle maggiormente accattivanti per lo spettatore: il suo personaggio, versione calcistica del vecchio brontolone dal cuore d’oro, ci accompagna lungo tutta la stagione e ci regala alcuni dei momenti più spassosi (i commenti televisivi, le lezioni di yoga, i dialoghi con la nipotina) e più emozionanti (il ritorno allo stadio, la partita di calcio nel quartiere popolare dove è cresciuto). Certo non manca qualche passaggio poco convincente e qualche scelta poco plausibile, ma la compattezza narrativa non è la principale preoccupazione degli autori della serie. Ted ci appare invece più ricco di sfumature rispetto alla prima stagione, con malinconie, passaggi a vuoto e ansia da prestazione che lo rendono meno personaggio e più umano.

Nella prima stagione ci aveva colpito per la sua capacità di essere orgogliosamente un uomo semplice e schivo, lontano dai modelli di maschi alfa imperanti, tutto sneakers e maglioncini con scollo a V; ora ci appare più fragile e per questo ancora più vicino. E’ del resto un’umanità complessa quella che ci viene presentata dalla serie e per renderla nel migliore dei modi sono necessari interpreti capaci di andare oltre alla semplice caratterizzazione: da questo punto di vista Sudeikis conferma le qualità che gli sono valse un Golden Globe e un Emmy come Miglior Attore Comico.

Una citazione la merita anche il personaggio di Rebecca (anche l’interpretazione della Waddingham è stata premiata con un Emmy) , che riesce a ritagliarsi una nuova dimensione dopo aver perso quella della prima stagione (sabotatrice-doppiogiochista-sola), sviluppando altri tratti (donna determinata-confidente-attenta al sociale) e focalizzandosi su di un nuovo obiettivo (la ricerca di un compagno). In generale possiamo dire che il cast venga utilizzato in modo più ampio e corale rispetto al passato, facendo leva su Ted, ma lasciando spazio anche ad altri co-protagonisti. La puntata dedicata al coach Beard, Beard After Hours, è ad esempio a tutti gli effetti un episodio autoconcluso, peraltro uno dei migliori della stagione, arricchito da un peculiare tocco surreale che rimanda all’omonimo film di Martin Scorsese del 1985.

A riguardo è opportuno fare una puntualizzazione: Ted Lasso riprende e rielabora numerosi cliché del racconto di formazione, dell’epos sportivo, del giornalismo televisivo, del cinema classico. Questo va capito perché altrimenti si fraintende il senso di alcuni episodi, come quello natalizio o di alcuni momenti, come gli interventi dei giornalisti di Sky che commentano le partite. In genere questa rielaborazione è stimolante, colta ed equilibrata, per lo più esposta in un registro comico, talvolta vagamente surreale. In alcuni casi può sembrare invece fine a se stessa, quasi travalicante rispetto allo sviluppo narrativo che rimane subordinato all’episodio.

Il plot si mantiene in equilibrio tra sviluppo verticale (ricerca d’amore di Rebecca, riavvicinamento di Roy al mondo del calcio professionistico, lotta del coach Ted contro gli occasionali attacchi di panico, rapporto tra Beard e la fidanzata Jane) e orizzontale (ripercussioni psicologiche del rigore sbagliato, festeggiamento natalizio, l’incidente della Dr. essa Fieldstone, etc.) con la scelta precisa di proporre allo spettatore dei turning point inaspettati che sconvolgono le aspettative. E’ quasi un marchio di fabbrica, uno dei valori da riconoscere alla serie, ancora più evidente nella seconda stagione rispetto alla precedente.

Apple ha da subito puntato molto su questo show, confezionando un prodotto in grado di posizionarsi in un segmento ampio di mercato. I riferimenti al calcio europeo e alla cultura anglosassone, mischiati abilmente a battute che solo un americano riesce ad apprezzare fino in fondo, sono un chiaro indizio di come il prodotto sia pensato per un mercato internazionale. Del resto l’idea dell’americano in Europa è tutt’altro che una novità a cui l’era della tecnologia e della globalizzazione non hanno dato che una veste diversa. A livello anagrafico ci si rivolge soprattutto alla generazione di 30-40enni, e l’equilibrio tra i generi indirizza l’utenza verso una sostanziale parità. Non inganni il tema del calcio che è più trasversale di quanto immaginiamo: negli USA ad esempio appassiona le donne in misura superiore agli uomini. L’investimento di Cupertino è stato ripagato dal pubblico: il debutto ha fatto registrare l’audience più ampia della storia, peraltro breve, di Apple Tv+. Negli USA in particolare Ted Lasso è un vero successo come dimostra la quantità di feed generati sui social, dove peraltro si è aperto un dibattito sulla modalità di distribuzione a cadenza settimanale. Data la durata contenuta e il fatto che a volte il singolo episodio finisce per assumere valore più nella prospettiva della stagione che in sé stesso, il rilascio settimanale è in effetti parso anche a noi meno opportuno rispetto al binge.

La terza stagione intanto è già confermata e le riprese partiranno a breve: nel progetto iniziale era pensata come l’ultima, ma il successo di pubblico potrebbe portare a espandere l’arco narrativo.

Titolo originale: Ted Lasso
Durata media degli episodi: 35 minuti
Numero degli episodi: 12
Distribuzione streaming: Apple TV+
Genere: Comedy, sport-fi.

Consigliato: a quanti vogliono provare a cambiare prospettiva, che amano sorridere dei cliché e delle differenze culturali.

Sconsigliato: a quanti si aspettano una serie sul calcio, non amano le storie inverosimili e che quando intravedono l’ombra di un cliché più che una bella risata si fanno il sangue amaro.

Visioni parallele: Only Murders in the Building. Certo a qualcuno il rapporto sembrerà azzardato, ma se andiamo a considerare non tanto il contenuto e l’ambientazione quanto le emozioni trasmesse, allora I punti di contatto appariranno più chiari. Ad esempio la condivisione di alcuni temi come l’importanza dell’amicizia, della collaborazione, della passione. Poi il resto lo fanno i dialoghi brillanti e lo sviluppo imprevedibile della trama.

Un’immagine: l’uccellino meccanico sulla scrivania della dott.ssa Fieldstone il cui movimento avanti e indietro viene interrotto proprio da Ted. Con questa stagione è venuto il momento anche per lui di fermarsi, interrompere il flusso della quotidianità per riprendere i fili interrotti del suo passato e superare gli attacchi di panico che sono comparsi all’improvviso.

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